novembre 2017

CanadaQuebec

☀ Quebec City – Saint-Simeon

Sesto giorno – 19 agosto

Una volta in piedi abbiamo preso il caffè e siamo scese a far colazione (oggi andiamo in un bellissimo parco).

Prima di lasciare il bar abbiamo preparato due panini per il pranzo e dopo siamo risalite in camera. Abbiamo fatto le valigie per partire alla volta di Saint-Simeon che sarebbe stata la nostra meta fissa per almeno 5 giorni e, con i bagagli in spalla, siamo andate alla reception e pagare la stanza (355,44$CAD x 2 notti).

Mentre stavamo caricando la macchina abbiamo fatto un confronto tra Montreal e Quebec City, tenendo conto che non avevamo visitato a fondo nessuna delle due città, arrivando alla conclusione che Quebec City ci era piaciuta di più, forse perché era più antica e ricordava le città europee. Una volta caricate le valigie in macchina, siamo partite.

In Italia, durante l’organizzazione dell’itinerario, mi ero documentata su cosa avremmo potuto visitare lungo la strada per Saint-Simeon (la 138 E).

Avevo visto su GoogleMap che saremmo passate vicino a due siti interessanti La Chute de Montmorency e Le Canyon Sainte-Anne e, leggendo vari articoli e ottime recensioni su tutti e due i luoghi, avevo pensato che dovevamo andarci.

Non avevo detto niente a Chiara per farle una sorpresa e ho cominciato a guidare io. Quando siamo arrivate nei pressi del 15° km e proprio all’altezza del pont de l’Ile d’Orléans, che collega la terraferma con la stessa Ile d’Orléans, ho visto l’insegna che indicava la deviazione per il Parc de la Chute-Montmorency il primo dei due posti da vedere.

Ho seguito i cartelli che ci hanno portato su una strada sterrata a causa dei soliti lavori in corso (i lavori in corso continuavano a perseguitarci ovunque!), finché non siamo arrivate ad un grande parcheggio con un edificio sulla destra. Prima di accedere al parcheggio ci siamo fermate davanti a un box-office per pagare la sosta (10$CAD) e, una volta entrate, abbiamo parcheggiato l’auto.

Quando siamo scese dalla macchina siamo state completamente rapite dal meraviglioso panorama davanti a noi: LE CASCATE DI MONTMORENCY!

Ho visto l’espressione di sorpresa sul volto di Chiara ma, in realtà, ero molto sorpresa anche io! Ci sono sembrate grandiose, molto più alte di quelle del Niagara.

Per arrivare al parco si doveva entrare in un edificio della SEPAQ (Société a pour mandat d’administrer et de développer des territoires publics et des équipements touristiques qui lui sont confiés en vertu de sa loi constitutive), l’azienda che gestisce le attività nei parchi pubblici del Quebec.

All’interno il locale era molto grande e suddiviso in varie zone: a sinistra lo sportello per l’assistenza, il punto d’informazione turistica e la biglietteria; al centro un grande bar con tavolini e sedie; sulla destra, proprio a fianco alla porta d’ingresso, un altro sportello dove si poteva noleggiare gli elmetti di sicurezza e le imbracature da arrampicata.

Andando verso il bar abbiamo visto che c’erano grandi poster con le informazioni pubblicitarie sulle tre attività proposte: la via ferrata, lo zip-line e la funivia che arrivavano direttamente in cima alla cascata dove c’era anche li un ristorante con terrazza.

L’accesso al parco era gratuito.

Non essendo interessate alle attività proposte, abbiamo oltrepassato lo stabile e ci siamo dirette verso le cascate passando su un ponte di legno che s’innalza sopra un piccolo lago, originato dall’incontro dei fiumi San Lorenzo e il Montmorency.

Più andavamo avanti e più la cascata si alzava imponente sopra di noi. Siamo arrivate in un grande spiazzo che si trovava quasi sotto la chute (cascata in francese) dove c’erano alcuni turisti con l’impermeabile che fotografavano la cascata dal basso.

Noi non avevamo nessuna intenzione di bagnarci, anche perché la giornata non era proprio calda, e abbiamo deciso di salire su per la lunga scalinata di legno che porta in cima alla collina. Ogni due rampe di scale c’era un piccolo balcone rotondo con tettoia dove avevano installato un paio di strategici sedili in legno per riposare.

Da queste “aree di sosta” abbiamo fatto le fotografie e abbiamo ripreso fiato. Ogni tanto abbiamo visto sfrecciare, da un lato all’altro della collina, dei ragazzi che si sono lanciati dallo zip-line urlando!

Sul lato destro della cascata c’erano alcune persone che stavano percorrendo la via ferrata.

Da quella distanza sembrava si stessero arrampicando sulla roccia, usando degli scalini naturali e aiutati da una fune collegata alla loro imbracatura di sicurezza. Osservando meglio abbiamo visto che, in realtà, i gradini non erano sporgenze della roccia ma gradini di ferro che si mimetizzavano con la roccia stessa.

Anche per noi salire gli oltre 200 scalini è stata una bella impresa, meno adrenalinica ma sempre un’impresa!

Come ho già detto, le cascate si trovano all’interno di un parco protetto (Parc de la Chute-Montmorency) e la particolarità sta nella conformazione del terreno e dall’erosione del fiume San Lorenzo che hanno creato questo balzo naturale del fiume Montmorency di circa 84m di altezza (30m più alto delle cascate del Niagara) e 46m di larghezza.

Arrivate in cima alla collina ci siamo trovate in una grande spianata con una pendenza verso il fiume San Lorenzo. Al centro della radura il terreno aveva delle piccole trincee in terra che, come poi abbiamo letto, erano state realizzate durante la Battaglia di Beauport nel 1759, tra gli inglesi che attaccarono dal fiume e i francesi trincerati sulla collina.

Andando avanti e sulla sinistra della radura, siamo arrivate al lungo ponte di legno che attraversa la cascata da una sponda all’altra.

La vista da quell’altura era spettacolare, il ponte era situato a più di 80m di altezza sopra la cascata.

Da lì, oltre a vedere tutto il percorso dell’acqua che si rovesciava nel piccolo lago, il panorama si apriva dal ponte de l’Ile d’Orlèans, a sinistra, a Quebec City a destra. Siamo riuscite a vedere anche il castello di Frontenac che spiccava austero sopra le case di Quebec City. Abbiamo passeggiato sul ponte e fatto molte fotografie, come gli altri turisti del resto.

Poi, tornando nella direzione della scalinata di legno, ci siamo fermate in una piazzola attrezzata con panchine e tavoli di legno proprio sulla riva del fiume Montmorency.

Siamo rimaste a contemplare lo scorrere dell’acqua sedute su una panca accanto a due signore orientali con le quali a parte il sorriso convenevole non abbiamo potuto scambiare una parola.

Il parco era immerso nella natura, con il verde degli alberi e il profumo della terra umida… mancavano gli elfi dei boschi! O forse c’erano… Ricordo che mi sentivo in pace con il mondo, la sensazione di serenità e una carica d’energia che mi avrebbe fatto scalare una montagna. Mi sentivo bene.

Abbiamo visto molti sentieri che s’inoltravano all’interno del bosco e ricordo che ho pensato a chi ama il trekking: questo parco era l’ideale per passeggiare e immergersi nella natura.

Si stava facendo tardi e dovevamo ancora andare al secondo sito da visitare, quindi, per paura di trovare chiuso, abbiamo ripreso la via delle scale e siamo scese fino ad arrivare al parcheggio. Quando siamo arrivate alla macchina, abbiamo tirato fuori i nostri panini e li abbiamo divorati.

Siamo ripartite che saranno state le 16:30 circa e abbiamo ripreso la 138 E verso il Canyon Sainte-Anne, il secondo posto da vedere che era distante circa 30 km da dove ci trovavamo; purtroppo, con i lavori sulla strada, ci abbiamo impiegato quasi un’ora per arrivare.

Abbiamo trovato il bivio per il parco del canyon e dopo un paio di chilometri siamo arrivate in un altro grande parcheggio (anch’esso gratuito), abbiamo lasciato la macchina. Ho notato che c’erano solamente due o tre auto parcheggiate e ho pensato che forse eravamo arrivate troppo tardi. Invece era ancora aperto e l’entrata era gratuita grazie al 150° anniversario!

A differenza del parco delle cascate di Montmorency, in quest’altro parco ci si arrivava direttamente attraverso il bosco, percorrendo un sentiero in discesa umido e sotto l’ombra dagli alberi che si ergevano alti e fitti ai lati della via.

Da lontano sentivamo lo scrosciare dell’acqua e, più ci avvicinavamo alla cascata più l’umidità aumentava, creando un ambiente molto umido, quasi soffocante.

Siamo arrivate al ponte che attraversava il canyon e sotto scorreva una piccola cascata. Era diverso dal parco di Montmorency, questo posto era ancor più immerso nella natura. Il ponte di legno che attraversava la cascata era rudimentale, era fatto da piccole assi di legno unite tra loro da attacchi di metallo e da corde. Sembrava di camminare su un ponte antico, simile ai ponti tibetani.

La cascata era molto più piccola e non era ripida ma stretta e lunga e ostacolata da rocce molto grandi. In effetti la bellezza del posto non era tanto la cascata quanto la natura tutt’intorno, il canyon. Abbiamo camminato lungo il sentiero fino ad arrivare a un secondo ponte più in basso che abbiamo attraversato per tornare sulla sponda da dove siamo entrate.

Da questo secondo ponte si vedeva un terzo ponte ancora più in basso alla fine della cascata. Ci ha sorpreso piacevolmente questo luogo ma era tardi e dovevamo fare ancora 140 km per arrivare a Saint-Simeon e trovare il nostro hotel.

Così, mentre risalivamo il sentiero dell’andata, abbiamo scattato le nostre fotografie per immortalare anche questo luogo così suggestivo.

Siamo tornate al parcheggio, rimesse in macchina e abbiamo ripreso il nostro viaggio.

Lungo la strada abbiamo attraversato molti paesetti caratteristici, posizionati sulla costa del fiume San Lorenzo, con le solite case basse, alcuni avevano anche il proprio faro bianco e rosso tipico di queste zone. Verso le 20:00 siamo arrivate Saint-Simeon e abbiamo trovato subito l’hotel, anche perché il paese era veramente piccolo e i pochi hotel del posto erano tutti raggruppati vicino al porto, così come l’hotel “Vue Belvedere” dove avevamo prenotato una camera con Booking.com qualche mese prima dall’Italia.

Alla reception ci stavano già aspettando e dopo aver consegnato i documenti per la registrazione ci hanno mostrato dove si trovava la nostra stanza e ci hanno dato le chiavi.

Abbiamo parcheggiato la macchina proprio davanti alla porta della stanza che ci avevano riservato.

Era un hotel tipico americano con le porte d’accesso alle camere davanti al parcheggio delle auro.

Siamo entrate in stanza e ci ha preso un accidente! Non credo di aver mai visto una camera così piccola! Il frigorifero sopra al tavolo, il mini-bagno con la doccia e il vaso, mentre il lavandino era davanti al letto, all’interno della stanza! Era un motel! Ci potevamo muovere una per volta altrimenti non potevamo passare né in bagno né uscire dalla porta. Non c’era posto per due valigie! Un incubo! Non solo, la porta d’entrata era con il vetro e una persiana rotta faceva da “oscurante”.

Chiara, paonazza in volto, ha preso subito l’ipad per reclamare con booking, ma… non c’era internet!

Dove era la camera che abbiamo visto in foto quando abbiamo fatto la prenotazione?

Siamo di nuovo scese alla reception per lamentarci e chiedere di cambiarci assolutamente camera. Il tizio alla reception ci ha detto che non c’erano altre camere fino all’indomani e che comunque avremmo dovuto pagare la differenza.

Abbiamo deciso che il giorno dopo avremmo visto un’altra camera e, se era di nostro gradimento, saremmo passate a quella, nonostante la differenza di prezzo, altrimenti avremmo cercato un altro hotel. Sostare 3 giorni in quella stanza così piccola non era possibile. Prima di rientrare in camera e, visto che alla reception c’era il wi-fi, abbiamo subito mandato una e-mail di reclamo a booking.com, spiegando l’accaduto e chiedendo spiegazioni.

Più tardi, siamo rientrate in camera per uscire di nuovo per andare a cenare.

Nervose e arrabbiate per l’imprevisto, siamo andate nella locanda “Chez Laurie” suggeritaci sempre dal “tizio” alla reception. Un locale brutto e sporco, ma ci siamo comunque sedute anche perché dopo le 21:00 sarebbe stato difficile trovare un posto dove mangiare e, inoltre, ancora non avevamo girato Saint-Simeon e non avevamo idea se avremo trovato facilmente ristoranti o pub!

Penso sia stata l’unica giornata nera della vacanza, a parte un’altra che doveva ancora venire e che racconterò in seguito.

Quando è arrivato il cameriere, abbiamo chiesto il menù… inesistente, allora gli abbiamo domandato cosa potevamo mangiare e bere. Gli alcolici non si vendevano in questo locale per via delle tasse da pagare e che, a quanto pare, loro non pagavano.

Per farla breve, ci hanno portato alcuni mini-sandwich al formaggio per me e uno pseudo hamburger per Chiara, patatine fritte e acqua del rubinetto che è la prima cosa che portano nei ristoranti in Canada. Abbiamo mangiato i sandwich e l’hamburger mentre le patatine le abbiamo lasciate perché erano vecchie e bruciacchiate e siamo scappate da quel pessimo posto che sconsigliamo vivamente.

Rientrate in stanza abbiamo scherzato un po’ su chi si doveva passare prima per andare in bagno e chi dopo… abbiamo cercato di chiudere la giornata con ironia e così è stato.

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☀ Wendake – Quebec City

Quinto giorno – 18 agosto

Dopo il nostro consueto caffè italiano nel Quebec, alle 9:00 eravamo giù al bar a fare colazione.

Siamo salite di nuovo in camera per organizzare l’itinerario della giornata. La mattinata si era presentata uggiosa. Abbiamo pensato di visitare prima la riserva indiana a Wendake e poi saremmo tornate di nuovo a Quebec City.

Siamo uscite verso le 10:30 circa e ci siamo dirette a Wendake che, tra l’altro, era proprio lì vicino, a meno di 15 km.

Non ho mai visto una riserva indiana e, non so perché, l’ho sempre immaginata come qualcosa di chiuso, tipo un fortino del Far West… tanto che quando siamo arrivate davanti al villaggio ricostruito e ambientato denominato “SITE TRADITIONNEL HURON: ONHOUA CHETEKBE” ho creduto che la riserva fosse quella, invece no.

Abbiamo fatto il biglietto d’accesso che comprendeva lo spettacolo di danza di benvenuto e siamo entrate nel villaggio vero e proprio.

Ci siamo trovate di fronte ad un grande capannone molto alto e lungo costruito con pali di legno con il tetto.

L’entrata del capannone era costituita da una porta anch’essa grande e alta sopra allo stipite avevano disegnato una tartaruga rossa che aveva ai lati due scudi rotondi fatti con piume bianche e rosse. Davanti al capanno c’era un piazzola con una canoa sulla destra.

Non siamo andate in quella direzione perché le guide del posto ci hanno chiamato per il rito di benvenuto. Abbiamo percorso un piccolo viottolo sterrato e, dopo aver superato l’area di ristoro, siamo arrivate davanti ad un locale nel quale ci hanno invitato ad entrare subito perché stava iniziando a piovere.

L’interno del locale era stato allestito con pelli di animali, tamburi, piume e articoli tipici della tribù Urone, il cui nome originale è Wendat.

Ci hanno fatto sedere su panchine disposte a semicerchio e, una volta tutti dentro, hanno chiuso la porta e siamo rimasti in semi oscurità, le poche lampade accese erano disposte in modo da rendere l’ambiente molto simile all’ antico Tepee, classica tenda indiana.

Lo spettacolo è stato carino interpretato dal 4 o 5 ragazzi giovanissimi ventenni o giù di li.

Indossavano gli abiti tipici degli indiani ed erano tutti scalzi. Non avevano alcuna sembianza indiana… un ragazzo era biondo con gli occhi azzurri, gli altri erano castani.

L’unica ragazza aveva i capelli ricci e la pelle bianchissima. Ho pensato che fossero stati contrattati da qualche ente locale e istruiti per la rappresentazione. Parlavano le due lingue ufficiali, francese e inglese.

Durante lo spettacolo hanno coinvolto alcuni turisti per fumare il calumet di benvenuto e hanno danzato con un sottofondo musicale ovviamente composto da canti tradizionali. L’evento era stato diviso in quattro scene, ognuna presentata da una voce registrata nelle due lingue.

Le prime tre scene erano danze che ricordavano i movimenti degli animali come l’aquila e l’orso, mentre l’ultima è stata la fumata di benvenuto. Il tutto è durato più di un’ora.

Quando siamo usciti dal locale diluviava, allora siamo corse sotto la tettoia dell’entrata al negozio di souvenir.

Il ragazzo biondo con gli occhi azzurri che nello spettacolo appena eseguito faceva la parte del “capo”, ci ha radunato e ci ha portato nel capannone principale.

Quando sono entrata all’interno mi è venuto in mente un documentario di Alberto Angela registrato proprio lì e nel quale si raccontava la vita degli Uroni.

Il capanno era enorme, altissimo e molto lungo!

Il tetto internamente sembrava fatto di paglia o di piccoli rami secchi, o tutti e due. Al centro c’erano due fuochi racchiusi da un cerchio di pietre e con una specie di griglia rialzata fatta con rami di legno.

La struttura del capanno era sorretta da grandi e lunghi tronchi disposti lungo i lati in modo da formare due piani.

Al primo piano, quello più basso a 1 metro circa da terra, erano sistemati i “letti” (sembravano cucce), coperti con pelle di animale.

In quello più alto erano appesi utensili da cucina, archi, varie tipologie di armi tipo il tomahawk (una specie di ascia), amuleti, Dream Catcher (acchiappasogni), ossa di cervi o alci, corni varie pellicce di animali.

Il capo ci ha raccontato come vivevano i “Wandat” le principali attività delle donne erano conciare le pelli e cucinare, mentre quella degli uomini erano costruire le armi, gli utensili per l’agricoltura, attività predominante (coltivavano principalmente mais), e allenarsi per eventuali battaglie.

Di lì a poco è entrato in scena un altro ragazzo, sempre con capelli molto chiari, ricci e lunghi che ci ha portato in un altro capanno più piccolo dove avevano sistemato una specie di museo con animali imbalsamati (castori, marmotte e un piccolo cervo) e una riproduzione in scala del villaggio.

In una parete del capanno c’erano varie fotografie e un grande poster che poi ho comprato al negozio di souvenir in uno erano illustrati i vari accampamenti e le diverse tribù.

Ci ha detto che loro erano tutti discendenti dei Wandat, tutti!

Che la riserva non era solo quel posto recintato a mo’ di villaggio ma tutto il paese di Wendake!

Hanno la loro polizia (9 poliziotti, precisamente) la loro amministrazione, uffici comunali ecc. che la riserva era auto-gestita e che, ad esempio, la polizia di Quebec City non si occupa dei problemi riguardanti quel territorio…

Sono rimasta affascinata!

Ci ha spiegato, anche, che non hanno una vita facile perché il loro spirito libero è circondato dal mondo esterno al quale non riescono ad adattarsi facilmente.

Pochi ragazzi arrivano all’università.

Sempre lui ci ha accompagnato dentro ad un Tepee bianco ed enorme, che stava lì vicino.

All’interno e attaccati alla tenda c’erano altre fotografie e ritagli di giornale del ‘700 e dell’800, con le immagini di grandi capi e delle loro discendenze.

Mi ha fatto sorridere come nelle foto degli alberi genealogici, i costumi cambiavano man mano che salivano aumentavano gli anni, non capivo se fossero meno ridicoli quelli antichi o quelli più “moderni”.

Uscendo dal Tepee ci siamo ritrovati in un’area delimitata da tante pietre disposte a creare un cerchio con dentro i resti di legna bruciati e, vicino, tre statue fatte con pietre messe una sopra l’altra che simboleggiavano un uomo e due bambini a braccia aperte.

Bellissime!

Poi ci hanno fatto vedere il capanno delle barche e, infine, siamo andati nel capanno sacro, dove ci hanno chiesto di non fare fotografie perché quello era il capanno dove si concentravano le energie e dove si tenevano i riti sacri.

Quando la visita è finita ha smesso anche di piovere. Abbiamo salutato la nostra guida e siamo andate al negozio di souvenir per comprare alcuni dei regalini da portare in Italia.

Quando siamo uscite dal villaggio recintato e ripreso la macchina per andare a Quebec City, abbiamo rifatto la strada dell’andata e abbiamo guardando Wendake con una diversa ottica.

Abbiamo fatto caso alle varie targhe e nomi di vie in lingua urone. Abbiamo visto il loro ambulatorio medico, il municipio, il museo, le varie botteghe artigiane… insomma abbiamo realizzato che Wendake era una intera riserva indiana che, da un punto di vista più generico, non era così diversa da altri paesetti in cui siamo passate.

Per entrare al centro di Quebec abbiamo rifatto la stessa strada del giorno prima, ma abbiamo parcheggiato al Cour intérieure du Petit Séminaire de Québec, proprio dietro la cattedrale di Notre-Dame de Quebec (12$CAD x 12 ore).

Ci siamo dirette al belvedere Montmorency Park National Historic Site.

Il panorama si estendeva da un lato con la vista al porto e dall’altro al castello di Frontenac. Siamo andate verso la Rue du Petite Champlan (la via più stretta del Canada) che ci è piaciuta molto anche se era affollatissima.

La via era piena di negozi e ristorantini. Dopo aver fatto un giro perlustrativo, abbiamo scelto un bar con i tavolini all’esterno coperti da tende.

Ci siamo prese una birra, una zuppa di pomodoro improponibile, accompagnate da un piatto con salmone e olive… il tutto molto discutibile.

Il tempo di mangiare e ci siamo rimesse in strada per fare un giro verso il porto dove c’era una grande nave che da lì a poco sarebbe salpata per una crociera sul San Lorenzo fino a Taodussac e oltre, che era anche il nostro obiettivo del viaggio.

Siamo poi arrivate alla Place Royale dove c’è il famoso murales La Fresque des Québécois.

Un gigantesco trompe-l’oeil di 400 mq. che ritrae una giornata cittadina in cui i personaggi raffigurati sono i personaggi storici più rappresentativi del paese (Samuel de Champlain, Jacques Cartier, Félix Leclerc, ecc.).

Passeggiando per la città abbiamo notato che sui tetti spioventi delle case c’erano delle scale e ascoltando una guida italiana che stava spiegando questa curiosità a un gruppo di turisti, abbiamo saputo che le scale erano messe li di proposito per salirci d’inverno per spalare la neve dai tetti.

In quella occasione abbiamo anche sentito la guida spiegare il perché ci sono gli scalini davanti a tutte le porte delle case, ed effettivamente servono a risparmiare la porta d’ingresso dalla neve dell’inverno.

Nel frattempo ha ricominciato a piovere e allora ci siamo dirette alla macchina decise a fare un giro alla Citadelle che è una fortificazione che separa la città vecchia dal parco della piana di Abraham e che sorge nel luogo dove si svolse la battaglia del 1759 fra inglesi e francesi.

Pioveva troppo e in verità non siamo riuscite a vedere molto anche perché nel frattempo stava scendendo anche la nebbia.

Abbiamo ripreso la via del ritorno.

Ci siamo fermate a comprare qualcosa da mangiare e siamo rientrate in albergo. Ho scaricato le mie fotografie e abbiamo sistemato ancora una volta le valigie per la partenza del giorno dopo.

Abbiamo mangiato e siamo andate a dormire.

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