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☀ Tadoussac – Les Escumins

22 agosto

Whale-watching

Ci siamo di nuovo svegliate molto presto, erano le 5:00 del mattino e il cielo era coperto da nuvole. Per prima cosa sono andata a vedere lo zoom… si era asciugato! Bene! Mentre stavamo prendendo il caffè abbiamo aperto il dépliant che ci hanno dato al punto d’osservazione di “Pointe-Noire” a Baie-Sainte-Catherine e abbiamo visto che c’erano altri punti d’osservazione di cetacei lungo la strada che va da Tadoussac a Les Escoumins, non distanti gli uni dagli altri.

Abbiamo anche letto, sempre sul dépliant, che la zona di passaggio delle balene, dei delfini e delle foche è molto ampia e che questi animali generalmente arrivano dall’Atlantico, più precisamente dalle acque sopra Terranova.

Molti cetacei scendono lungo il fiume San Lorenzo fino al fiordo di Saguenay, altri, invece, vanno verso il circolo polare artico a nord del Labrador.

Ci sarebbe piaciuto avere più tempo per arrivare almeno fino alla Réserve de parc national de l’Archipel-de-Mingan, di fronte all’ile d’Anticosti, ma era molto lontano e troppi i chilometri.

Così, una volta deciso quali erano i punti d’osservazione che volevamo visitare, abbiamo cominciato a prepararci.

Come mio solito, la prima cosa che ho fatto è stata quella di controllare se le batterie delle macchine fotografiche fossero cariche, inserire le nuove schede di memoria e caricare il tutto nei due zaini che portavamo sempre con noi.

Una volta pronte, siamo uscite. Era ancora presto, c’erano poche macchine in giro. Di nuovo abbiamo preso la direzione per Sainte-Catherine. Abbiamo oltrepassato il molo dove il giorno prima avevamo preso lo zodiac e siamo arrivate al punto d’osservazione di “Pointe-Noir”.

Siamo scese per vedere se le beluga, a quell’ora, fossero già sveglie, ma una fitta nebbia copriva il fiume.

Si vedeva la scogliera di Tadoussac come se fosse appoggiata su un tappeto d’ovatta grigio, il panorama era spettacolare, la nebbia copriva l’acqua, ma si sentiva il suono delle onde. Siamo rimaste a guardare questo panorama che sembrava un filmato in bianco e nero quando, in lontananza, abbiamo sentito il suono della sirena del Ferry che da Tadoussac stava arrivando a Baie-Sainte-Catherine. Ci siamo rimesse in macchina ancora stregate dall’atmosfera di tranquillità appena vissuta.

Siamo arrivate al molo dove approda il Ferry, eravamo le prime. Questo servizio di “navetta” da Baie Sainte Catherine-Tadoussac è disponibile 24h e completamente gratuito! Quando è arrivata la nave ci hanno fatto entrare e parcheggiare. Chiara è rimasta in macchina mentre io sono scesa per andare a fotografare la nebbia sul fiume.

Sono salita su una scale laterale del ferry e sono arrivata su una piccola piattaforma da dove si vedeva l’entrata del fiordo e il fiume San Lorenzo.

Ho scattato molte foto… cercavo le beluga, ma la nebbia mi impediva di vedere il fiume. Poi ho notato che dal mirino della macchina fotografica non vedevo bene e mi è venuto un brivido… lo zoom! Infatti, si stava appannando ancora una volta. Quindi, sono scesa di nuovo e quando sono arrivata in macchina ho cambiato l’obiettivo e ho posato lo zoom sul sedile posteriore, protetto dai giubbini, in modo che si potesse asciugare, almeno così speravo.

Nel frattempo eravamo arrivate a Tadoussac.

Il viaggio con il ferry era durato circa dieci minuti. Uscite dal porto, siamo andate verso il centro della cittadina per trovare un bar dove fare colazione. Entrate in città abbiamo visto una stazione di rifornimento e abbiamo fatto il pieno di benzina. Subito dopo c’era un bar  dove facevano le crepes.

Ci siamo fermate e abbiamo assaggiato una fetta di torta di mele, una crepe al miele e due “cappuccini”; tutto molto buono, ma il personale molto scortese… era la prima volta che incontravamo gente antipatica! Mah!

Ci sono giornate storte per tutti, ho pensato.

Abbiamo ripreso la macchina e siamo andate a vedere il famoso edificio bianco e rosso, l’ “Hotel Tadoussac”. Si tratta dell’hotel più antico della zona, del 1697. E’ conosciuto perché ha il piano superiore e il tetto di colore rosso acceso, con un gran giardino all’esterno dove c’erano tante sdraio per osservare, seduti e rilassati, il fiume.

Subito dopo l’hotel “rosso” c’era un punto d’osservazione delle balene, ma era ancora molto presto e abbiamo pensato di lasciarlo per ultimo. Siamo tornate indietro verso il bar delle “antipatiche” e abbiamo parcheggiato la macchina per fare due passi lungo l’unico corso principale.

Tadoussac è molto piccola e tutta concentrata sulla baia.

Le case sono villette in legno non molto colorate a parte l’hotel. A dire il vero, i paesetti di questa zona sembrano tutti uguali, le case sono di colore chiaro e molto simili tra loro. Solo alcune si distinguono e solo perché hanno un colore diverso e a volte più acceso.

Siamo entrate in un negozio di souvenir per acquistare qualche ricordo da portare in Italia. Dopo un’oretta di passeggiata, abbiamo ripreso la macchina e ci siamo dirette a Les Escoumins, dove abbiamo raggiunto il punto d’osservazione delle balene “Cap de Bon Desire”, a Les Bergerons. Abbiamo lasciato la macchina in un grande parcheggio.

Ovviamente non abbiamo dovuto pagare l’ingresso per via del 150° anniversario.

Il posto era molto carino e, dopo aver preso la macchinetta fotografica e montato lo zoom che sembrava di nuovo asciutto, ci siamo dirette al centro d’osservazione. Il centro era composto da tre case bianche con il tetto rosso; in una della case era stato allestito una sorta di museo del mare, in un’altra c’erano i bagni e il punto di ristoro, mentre l’ultima, al cui interno era stato allestito un percorso didattico dedicato alle balene, aveva vicino il classico faro canadese: bianco con il tetto rosso, molto bello.

Per arrivare al punto d’osservazione sul fiume abbiamo camminato qualche minuto attraverso uno piccolo bosco di pini. Quando siamo arrivate sul posto, ci siamo ritrovate davanti ad una grande piattaforma formata da scogli lisci, probabilmente levigati dal vento.

Da lì siamo andate verso il fiume, dove alcune persone erano già appostate con le macchine fotografiche pronte. C’era molto silenzio, le poche persone presenti parlavano a bassa voce. Ci siamo avvicinate al fiume mentre la nebbia stava andando via e si cominciava a vedere l’acqua, ma non l’orizzonte.

Eravamo tutti in piedi quando ad un tratto ho sentito “buuuffff”… mi sono girata ed era una balena che stava passando proprio davanti a noi, a pochi metri dagli scogli!

Avevo sentito il suono fatto dalla balena quando ha espirato l’aria dallo sfiatatoio… non lo dimenticherò mai! Ero paralizzata, incantata ad osservare con quale maestosità e senza fare alcun rumore usciva dall’acqua e si immergeva di nuovo mostrando la pinna dorsale.

Ero talmente sorpresa che avevo perfino dimenticato di fotografare. Sono rimasta immobile ad aspettare che uscisse di nuovo. Poi ancora “buuuffff” ed è arrivata un’altra balena dall’altro lato, diretta verso il fiordo. Ho preso la macchina e ho scattato foto su foto.

Il sole stava uscendo da quella coltre di nebbia e finalmente ci riscaldava un pochino. Mentre stavamo aspettando altre balene, ho girato la macchina per controllare lo zoom e mi sono accorta che con il sole si stava di nuovo appannando.

Siamo rimaste a contemplare il passaggio delle balene per circa un’ora circa e, dato che non avrei potuto fare altre fotografie finché l’obiettivo non si fosse asciugato, abbiamo deciso di tornare alla macchina e andare ancora più a nord e cercare un altro punto d’osservazione.

Ci siamo rimesse in macchina e abbiamo ripreso la solita strada 138 E in direzione Les Escoumins.

La strada saliva e scendeva su alcune piccole colline; ogni tanto si intravedeva il fiume in lontananza. Abbiamo incrociato il bivio che portava ad un altro punto d’osservazione, il “Centre de découverte du Milieu Marin”, ma era ora di pranzo e, soprattutto, avevamo fame. Quindi, abbiamo deciso di andare a Les Escoumins e trovare un posticino dove mangiare e poi, al ritorno, ci saremmo fermate in questo punto d’osservazione.

Quando siamo arrivate a destinazione, dopo un’altra ora circa, aveva quasi smesso di piovere. Les Escoumins è un altro piccolo paesetto simile a Saint-Simeon, forse anche più piccolo. Il territorio forma una baia naturale che prende il nome dal paese: la Baie des Escoumins. La strada principale costeggia per meno di un chilometro il fiume e, in quel momento, c’era la bassa marea.

Lungo la strada abbiamo visto qualche negozio e un paio di bar.

Ci siamo fermate davanti ad un risto-bar-pub-albergo, non si capiva bene quale fosse l’attività principale, e sono scesa per chiedere se potevamo pranzare lì.

Quando sono entrata ho avuto l’impressione di stare in un pub vero e proprio; un ragazzo si è avvicinato dandomi il benvenuto in francese e subito dopo mi ha detto, dispiaciuto, che era chiuso. Allora ho provato a chiedergli, con il mio italo-francese, dove potevamo trovare un ristorante possibilmente di pesce; incredibilmente mi aveva capito e, portandomi fuori in strada, mi ha indicato la migliore Poissonerie della zona, distante un centinaio di metri da lì.

L’ho ringraziato per la sua gentilezza e sono rientrata in macchina.

Ci siamo dirette alla “Poissonnerie Les Escoumins” (152 Rue Saint Marcellin O, Les Escoumins, QC) un bel locale che consiglio vivamente, ubicato proprio sulla punta sud della baia, in una posizione strategica per la vista panoramica sul fiume.

Quando siamo entrate abbiamo visto che il ristorante era suddiviso in due zone: sulla sinistra una sala da pranzo enorme, con quasi tutti i tavoli vicino alle grandi vetrate, che offrivano una vista spettacolare; sulla destra una specie di mini-market con frigo-surgelatori pieni di aragoste e granchi vari; c’era anche un grande acquario con enormi aragoste (mai viste così grandi) e altri pesci; sugli scaffali erano disposti in modo ordinato numerosi barattoli di vetro con tonno, salmone e quant’altro sott’olio o aceto.

Ci hanno dato un tavolo vicino a una delle grandi finestre.

Abbiamo mangiato molto bene: una pentola con le cozze cotte al vapore, un piatto con un filetto di tonno e verdurine varie, due birre piccole (dovevamo guidare!) e una torta di zucchero per chiudere in bellezza! (Speso….) Mentre aspettavamo le varie portate, abbiamo osservato come la marea si alzava e come il fiume prendeva il sopravvento sulle rocce che piano piano sparivano.

Alcuni cormorani sorvolavano la zona ammarando poi sull’acqua. La nebbia si era diradata e il sole era di nuovo fuori a riscaldare l’ambiente.

Quando siamo uscite ci siamo fermate fuori a guardare la baia.

Poi abbiamo deciso di tornare indietro e fermarci al punto d’osservazione “Centre de découverte du Milieu Marin che avevamo incrociato qualche ora prima.

Dopo qualche chilometro abbiamo trovato il bivio e l’indicazione per il Centre, abbiamo girato e siamo entrate. Quando abbiamo parcheggiato la macchina, stava cominciando a piovere. Questo centro d’osservazione era un po’ diverso dagli altri, aveva solamente una struttura, sempre di legno, ed era di colore bianco, con il tetto stranamente azzurro.

Siamo entrate, c’erano molti bambini, probabilmente una gita scolastica o roba del genere.

Il posto era abbastanza grande, si entrava direttamente in una sala che aveva una terrazza di fronte alla porta d’accesso e un’altra sulla sinistra, entrambe allestite con cannocchiali per l’avvistamento delle balene. Sulla destra della porta c’era una sala per le conferenze, con uno schermo grande che trasmetteva un documentario sulle attività dei centri d’osservazione e interpretazione delle balene.

Siamo andate verso la terrazza di fronte all’entrata e abbiamo incontrato un gruppo di bambini che seguivano le spiegazioni di una biologa sulle balene… ovviamente!

Ci siamo affacciate e ho visto che c’era un sentiero che portava al fiume, però la pioggia si stava facendo intensa e quindi non siamo scese. Siamo rimaste qualche minuto ad osservare dalla terrazza ma non si vedeva un gran ché. Anche i bambini erano delusi!

Allora siamo andate sull’altra terrazza, più piccolina, ma purtroppo stava piovendo parecchio e ovviamente non potevamo vedere nulla. Un po’ deluse, a causa della pioggia, siamo ritornate in macchina e abbiamo deciso di rientrare a Tadoussac e infine a Saint-Simeon.

Siamo arrivate a Tadoussac e ci siamo messe in fila per prendere il ferry per Baie Sainte-Catherine. Il ferry non ha tardato molto, appena 10 min. circa.

Ci siamo imbarcate e abbiamo fatto la “traversata” ammirando un grande arcobaleno, che iniziava a Tadoussac e finiva sul fiume! Bellissimo.

Da Baie Sainte-Catherine siamo arrivate a Saint-Simeon e ci siamo dirette ancora una volta al supermercato per fare un po’ di spesa per la cena e per il giorno dopo, giacché avevamo deciso di fare il giro del fiordo di Saguenay.

Avevamo comprato delle salse e una confezione di straccetti di pollo pre-cotti, una specie di insalata russa a base di tonno, la nostre patatine fritte, pane ai cereali, del  prosciutto per i panini del giorno dopo e le immancabili birre! Eravamo stanche, siamo rientrate in hotel e abbiamo organizzato la cena sul terrazzino perché non era freddo e si stava ancora bene.

Avevo comprato una salsa barbecue da mettere sugli straccetti di pollo, ma, inaspettatamente, la salsa dentro la confezione era in polvere e quindi ho pensato bene di rovesciare la polvere in una delle due tazze dell’hotel, per poi mettere il tutto nel forno a microonde, pensando diventasse liquida.

Mentre stavo preparando gli straccetti di pollo da mettere al microonde una volta fatta la salsa barbecue, Chiara mi ha chiesto cos’era quello strano odore che si sentiva.

Odore? Era terribile! Sembrava che un’intera bancarella araba di spezie stesse evaporando nella stanza! Ho aperto il microonde… è uscita una fumata bianca e una puzza tremenda! Ho preso la tazza e guardato dentro con il naso tappato… la salsa si era solidificata con la tazza!

Non sono stata capace di staccare neanche un briciolo di polvere… e la puzza aveva invaso la stanza e sicuramente anche tutto l’hotel!

Abbiamo aperto la porta e la finestra della terrazza per fare corrente, ma non passava un filo d’aria! Che serata… puzzavamo di un misto di curcuma e curry bruciati! I cuscini, quanto era dentro le valigie… la puzza arrivava anche fuori sul balcone!

Allora ho messo un po’ d’acqua nella tazza e ho detto a Chiara che forse se la riscaldavo nel microonde si sarebbe sciolta e potevamo buttare tutto nel water… così ho fatto!

Non mi era bastato il guaio che avevo combinato poco prima, ora ci avevo messo il carico da 12!

La puzza si era espansa, la salsa non solo era sempre solidificata, ma era anche aumentata! Insomma, non potevo mettere la tazza fuori dal balcone perché gli altri ospiti a fianco e sopra di noi dormivano con le finestre aperte, allora l’ho messa fuori dalla porta… molto fuori dalla porta, al parcheggio delle auto, un po’ nascosta e lontana!

Ci siamo messe a mangiare fuori, ma qualsiasi cosa mangiavamo sapeva di curry bruciato, anche la birra!!! Siamo rimaste fuori, con la porta e la finestra aperte tutto il tempo possibile, perché non si poteva dormire in camera!

Alla fine, sfinite e inebriate dal curry bruciato, ci siamo arrese e abbiamo chiuso la porta d’entrata e lasciato la finestra un po’ aperta, sperando che, durante la notte, la puzza andasse via.

Siamo andate a dormire, mentre fuori stava riprendendo a piovere…

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☀ Baie-Sainte-Catherine – Whale-Watching

Ottavo giorno – 21 agosto

Mi sono svegliata di nuovo all’alba, il sole era appena spuntato. Sono uscita sul terrazzino, ho portato con me la macchina fotografica e l’ho montata sul treppiede. C’era molta quiete tutto intorno. I gabbiani dormivano ancora sulla spiaggia che si era ampliata perché a quell’ora la bassa marea era al punto massimo. Sulla sinistra gli scogli facevano da riparo a un gruppo di cormorani che spiegavano le ali per riscaldarsi con i primi raggi caldi del sole.

I raggi coloravano il cielo di una tonalità arancio caldo e porpora.

Non faceva freddo e sentivo che l’energia mi invadeva… ho pensato di fare Thai Chi, ma non ricordavo più molte forme e quindi ho semplicemente respirato l’aria fresca e fatto qualche fotografia.

Sono rientrata per fare il caffè. Ero molto eccitata perché quel giorno avrei avuto la possibilità di vedere i grandi cetacei da vicino… sono affascinata dalle balene, ma in realtà mi piacciono un po’ tutti gli abitanti del mare.

Mentre aspettavo che il caffè uscisse ho cominciato a preparare la macchina fotografica. Ho organizzato lo zaino piccolo sistemando il grandangolo, gli accessori per la pulizia, le coperture impermeabili per l’attrezzatura fotografica, il portafogli e gli occhiali da sole. La macchinetta fotografica più grande con lo zoom montato l’avrei portata al collo, mentre l’altra, più piccolina, l’avrei data a Chiara.

Avevo deciso di vestirmi a cipolla, anche se la gita sul gommone sarebbe stata all’ora di pranzo.

Quando abbiamo comprato i biglietti, ho letto che prima di salire sullo zodiac ci avrebbero forniti di un grande giaccone impermeabile e pantaloni da indossare sopra ai propri. Ciò nonostante ho preparato anche la mia giacca a vento impermeabile con cappuccio, da indossare sotto il giaccone… non si sa mai…

Dopo il caffè e una buona doccia mi sono vestita e sono tornata sul terrazzino per osservare il fiume e vedere se qualche beluga passava di là. La strada sotto l’albergo aveva già una fila di macchine, camion e camper che stavano aspettando il ferry da Rivière-du-Loup che, qualche minuto dopo, è arrivato. Subito dopo l’uscita e poi l’entrata delle vetture, il ferry è ripartito.

E’ stato l’unico rumore del mattino.

Anche Chiara si era vestita a cipolla e una volta pronte abbiamo deciso di fare un po’ di spesa prima di avviarci a Baie-Sainte-Catherine. Siamo andate al solito supermercato e abbiamo fatto un po’ di rifornimento. Tornate in albergo abbiamo lasciato la spesa e, cariche di entusiasmo, ci siamo avviate all’appuntamento con lo zodiac!

Durante il viaggio di circa 25 km, il paesaggio costiero era diverso dal giorno prima, la bassa marea aveva allargato le spiagge e si vedevano tantissime pietre e piccoli sassi. In certi punti si è sentito un cattivo odore di fognatura.

Siamo arrivate con largo anticipo e quindi abbiamo pensato di fare una capatina al Centre d’interprétation et d’observation de Pointe-Noire e vedere se c’era movimento di balene. Ero un po’ preoccupata, non avevamo la certezza che le balene si sarebbero fatte vedere durante l’escursione sul fiume.

Arrivate al parcheggio e scese dalla macchina abbiamo subito visto che il fiume era mosso! Mannaggia! Questo voleva dire che il viaggio in gommone ci avrebbe fatto saltare parecchio e probabilmente ci sarebbero stati molti schizzi d’acqua!

Comunque ero pronta a tutto, Chiara e io eravamo coperte bene e la macchina fotografica aveva anch’essa il suo impermeabile.

Ci siamo affacciate dal primo terrazzino del punto d’osservazione e siamo rimaste in attesa del passaggio dei pescioni bianchi. Il cielo si stava annuvolando, ma era previsto, avevamo letto che ad agosto il tempo era quasi sempre così, il mattino con le nuvole e il pomeriggio con il sole.

Ecco le beluga. Nuotavano in coppia. In alcuni casi c’era anche il piccolo, si riconosceva perché era grigio. Ho scattato qualche fotografia. Siamo rimaste li almeno un’ora. Poi siamo risalite in macchina e tornate al piccolo molo dove ancora non si vedevano né zodiac né nave.

Abbiamo lasciato la macchina in un’area di parcheggio a pagamento (5$CAD), dall’altro lato della strada, e siamo andate a prenderci un “caffè” al bar. Nel frattempo stavano arrivando altri turisti che una volta parcheggiato si dirigevano al punto di raccolta, dove stavano distribuendo gli indumenti impermeabili. Dopo aver fatto la seconda colazione, siamo andate anche noi verso l’agenzia.

Ci hanno dato dei giacconi enormi e pesanti con le strisce catarifrangenti, così come i pantaloni.

Sembravamo dei vigili del fuoco!

La giacca non l’ho messa perché era troppo caldo e l’avrei indossata al momento dell’imbarco. Ci siamo messi tutti in fila e mentre stavo chiacchierando con una coppia di spagnoli (di Valencia) sono arrivati due zodiac e subito dopo sono scesi i passeggeri completamente bagnati!

Erano completamente zuppi dalla testa ai piedi… ho cominciato a dubitare degli impermeabili che ci avevano dato. Mi sono preoccupata per la macchina fotografica ma, poi ho pensato che con la protezione non sarebbe successo nulla.

Ci hanno fatto entrare al molo e ci hanno detto di attendere. Allora ho indossato il giaccone con i catarifrangenti. Ho coperto lo zaino con la sua protezione, ho sistemato la gopro agganciandola con l’accessorio a fascia che va indossato in testa, ho dato a Chiara la macchinetta fotografica piccola e, prima di sistemare i cellulari in tasche sicure, ci siamo fotografate per vedere quanto eravamo ridicole!

Ho tirato fuori la copertura per la macchina fotografica e l’ho messa in tasca per usarla appena ci avrebbero fatto salire sull’imbarcazione.

Finalmente, dopo uno smistamento tra i due zodiac e la nave, ci hanno fatto imbarcare. Ho scelto i posti laterali alla cabina di guida perché pensavo che in quella posizione non avremmo avuto nessuno davanti e potevamo filmare e fotografare indisturbate. Ho tirato fuori la protezione della macchinetta e dell’obiettivo sistemandola in modo da coprire il tutto e ho verificato che le aperture per l’impugnatura e per l’obiettivo fossero ben chiuse.

Subito dopo ho fatto partire la gopro mentre partiva anche lo zodiac… stava uscendo dal molo a velocità ridotta e piano piano aumentava la velocità fino a cominciare a correre come un pazzo! Gli spruzzi d’acqua erano altissimi. Ho cercato di coprire la macchina fotografica sotto le gambe nonostante era dentro il suo impermeabile. Siamo state sballottate sotto gli spruzzi d’acqua per buoni 10 minuti!

Poi ha cominciato a rallentare e finalmente si è quasi fermato… Chiara ed io ci siamo alzate e ci siamo guardate, il giaccone “impermeabile” non aveva impermeabilizzato assolutamente nulla! Ma il peggio doveva ancora arrivare! Intanto il timoniere aveva cominciato a girare piano in attesa di qualche balena.

Eccola! Enorme! Almeno per me, che era la prima volta che le vedevo nel suo habitat.

Ho scoperto la macchina fotografica e ho visto che si era un po’ bagnata! Non avevo niente per asciugarla! Non ci avevo pensato! Ho preso la mira e ho cominciato a fotografare. Si sentivano le raffiche degli scatti fotografici sparati da tutti noi… la balena ha aperto lo sfiatatoio e rilasciato l’aria e uno spruzzo d’acqua prima di fare un altro respiro e immergersi nuovamente, facendo vedere la pinna dorsale.

Di nuovo l’ooohhhhh! universale.

Mi sono resa conto che, fortunatamente, eravamo proprio in prima fila e la gopro stava riprendendo tutto! Ero felice, preoccupata per la mia Fuji (la mia macchina fotografica), ma felice! Abbiamo aspettato qualche secondo e di nuovo è uscita la nostra balena.

La biologa marina che ci accompagnava, nel frattempo, spiegava che si trattava di una balena blu, che non erano molto frequenti in quella zona e che eravamo stati fortunati! Almeno così avevo capito. Parlava prima in francese e poi in inglese.

La balena si era avvicinata a un altro zodiac vicino a noi.

Di nuovo la biologa aveva ripreso a spiegare che le balene solitamente fanno un giro intorno alle barche incuriosite e poi riprendono il loro cammino, che sono innocue, ma molto curiose. Abbiamo atteso ancora e ne è arrivata un’altra, ma dall’altro lato del gommone.

Il fiume era mosso… pensavo alla ripresa con la gopro, probabilmente sarebbe stata un po’ movimentata. Intanto il timoniere girava piano piano avvicinandosi ad altri due zodiac che si trovavano più avanti. Da lontano abbiamo visto altre balene, si vedeva lo spruzzo d’acqua, la pinna dorsale e poi di nuovo l’immersione.

Non hanno mai tirato fuori la pinna caudale (la coda) che, a differenza dei pesci, è disposta orizzontalmente e si muove dall’alto verso il basso, facendo da propulsore.

Speravo tanto di vedere quel codone che tante volte ho visto nelle foto e nei documentari! Ma niente!

Dopo una buona mezz’ora ci hanno fatto accomodare di nuovo. Ci eravamo appena riscaldate con il sole che splendeva alto, nel cielo e senza nuvole, che il pazzo timoniere ripartiva a tutta birra! Questa volta ci siamo inzuppate completamente fino anche le mutande!

La Fuji era completamente bagnata!

Il folle pilota dello zodiac ha corso per un tempo, che a me è parso infinito, per arrivare a un grande faro al largo della baia il Phare du Haut-Fond Prince, che sta lì per aiutare le imbarcazioni durante la navigazione tra le correnti marine.

Quando si è fermato ho guardato Chiara, con gli occhiali che gocciolavano, i capelli tutti bagnati e la felpa sotto il giaccone fradicia! Era tutta infreddolita, soprattutto in testa… Meno male che c’era il sole! Io sono stata un pochino più fortunata, perché avevo indossato, sotto il giaccone catarifrangente, la giacca a vento.

Grazie allo zaino sulle spalle la mia schiena non era bagnata. Ho sperato che anche il grandangolo all’interno fosse stato protetto dall’acqua.

Lo zodiac ha fatto un giro intorno al faro e poi piano piano si è diretto verso il fiordo… mi sono chiesta perché prima aveva corso come un pazzo?

Quando siamo arrivate all’entrata del fiordo di Saguenay ecco che di nuovo si vedevano le balene. Ho puntato la mia macchina fotografica… e… non vedevo nulla! Non capivo. L’ho spenta e la riaccesa… miravo e a un certo punto, al centro, sono riuscita a vedere qualcosa. Ho guardato la macchina, l’ho girata per vedere lo zoom e mi sono accorta che il vetro era bagnato e… orrore! Era tutto appannato!

Era entrata l’acqua nello zoom! Ecco, ho pensato, questo, lo annoterò come un altro momento negativo di questo viaggio in Canada!

Ho dato a Chiara la macchinetta chiedendole di tenerla con l’obiettivo in basso, per far spannare l’obiettivo. Ho preso la sua, che teneva protetta sotto la felpa, e ho fatto qualche fotografia con quella, ma sicuramente non ero più dell’umore giusto.

Ero preoccupata, la Fuji era bagnata e in più non potevo fotografare nulla con la mia macchina preferita!

Nel frattempo siamo entrate nel fiordo di Saguenay, oltrepassando il famoso hotel rosso di Tadoussac.

Siamo andati verso la costa e le balene nuotavano vicino alla nostra imbarcazione… abbiamo visto anche qualche delfino, alcune foche e i castori vicino agli scogli.

La biologa intanto spiegava che sono principalmente quattro le zone più favorevoli per gli avvistamenti: the Mingan Islands, Sept-Îles, Pointe-des-Monts e Tadoussac.

Ha anche detto che delle 80 specie di mammiferi marini conosciute al mondo, circa 12 si potevano ammirare nel parco marino di Saguenay, nel fiume St Lawrence a Tadoussac. Soprattutto le balene bianche: le splendide beluga.

Ho ripreso la mia Fuji e ho visto che lo zoom al centro si era un po’ asciugato. Bene! Ho provato a fare ancora qualche foto alle balene che, incuranti della nostra presenza, andavano da una direzione all’altra.

Infine, dopo 2 ore e 30’ siamo rientrate, a bassa velocità, al molo di partenza.

Siamo scese dal gommone con le scarpe che ad ogni passo uscivano spruzzi d’acqua… e siamo andate su una panchina per togliere di dosso quegli inutili indumenti che ci hanno dato come protezione dall’acqua, per poi consegnarli all’agenzia.

Ci siamo dirette alla macchina, sembravamo pulcini bagnati!

Lungo la strada per arrivare all’auto c’era chi mi chiedeva com’era stata la gita e io rispondevo sconsigliando vivamente lo zodiac! O almeno quello zodiac!

Abbiamo coperto i sedili dell’auto con delle buste che avevamo lasciato all’interno e ci siamo dirette all’hotel. Appena entrate in camera Chiara si è infilata subito sotto la doccia calda. Io, preoccupata per la Fuji, ho preso un panno bagnato e con l’acqua dolce del rubinetto e ho cercato di pulirla dal sale del fiume.

Ho fatto lo stesso con la macchinetta fotografica che aveva Chiara e con lo zoom che poi ho messo fuori al terrazzino sul tavolino, al sole. Ho sperato che il poco sale del fiume non rovinasse nulla. Che dire… avrei dovuto prevederlo… un’altra lezione di vita.

Poi, sono andata sotto la doccia… affranta. In quel momento non ho pensato a nulla, neanche alle foto o alla gopro. Volevo rilassarmi. Riprese dall’acquazzone, ci siamo sedute sul terrazzino la mia preoccupazione era per lo zoom e per la Fuji. Anche adesso scrivendo, rivivo quell’angoscia.

Ci siamo aperte una birra, tirato fuori un sandwich con alcune salse che avevamo comprato e le patatine fritte e abbiamo affogato tutto il nostro sconforto!

Ho preso coraggio e ho cominciato a guardare le fotografie fatte alle balene e ho visto che non erano tutte da buttare anzi, alcune erano molto belle! Mi stavo rincuorando… Allora, ho preso il pc e ho scaricato i filmati della gopro… Ancora adesso mi viene da ridere… due ore e mezzo di film che riprendono il bordo del gommone, non ci posso credere!

Gli spruzzi d’acqua mi avevano bagnato i capelli, la fascia che sosteneva la gopro scendeva verso il basso riprendendo i nostri piedi e al massimo il bordo dello zodiac… insomma le riprese erano da buttare.

Ho scaricato le foto dalla macchinetta che aveva Chiara e anche lì, fortunatamente, c’erano belle immagini. Alla fine, tutto sommato, era al di là di quanto mi aspettassi.

Poi ho provato la Fuji con il grandangolo, ho pulito di nuovo il sensore per sicurezza e tutto funzionava perfettamente. Lo zoom era ancora abbastanza appannato, magari per l’indomani si sarebbe asciugato!

Chiara, per tirarmi su, mi ha invitato a cenare al ristorante albergo “Auberge sur mer” che avevamo visto passeggiando al porto, la sera prima.

Il ristorante era grande, con cucina a base di pesce, arredato con timoni, bussole ecc. Abbiamo ordinato due potage du jour (zuppe calde di verdura), un piatto di salmone e uno di tonno, l’insalata, una bottiglia di vino bianco “La Chevaliere” e una porzione di torta “au sucre”. Abbiamo speso 115,37$CAD.

Si era fatto tardi e il programma del giorno dopo sarebbe stato intenso perché volevamo vedere gli altri punti di osservazione delle balene e fare un giro a Tadoussac. A fine serata, siamo tornate in camera e siamo andate a dormire.

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☀ Saint-Simeon

Settimo giorno – 20 agosto

Svegliate all’alba dalla luce del mattino che entrava dalla porta a vetro della mini-camera, ci siamo preparate il caffè e siamo andate subito alla reception. Pioveva. Questa volta c’era una donna ad accoglierci, aveva i capelli raccolti con uno chignon anni ‘70. Era già al corrente di quanto era accaduto la sera precedente e senza perdere tempo ci ha dato immediatamente le chiavi di due camere da visionare, prima di sceglierne una.

Siamo andate a vedere la prima, una bella camera molto grande, con due letti king-size, il bagno completo di lavandino e, nella zona letto, con una finestra che affacciava su un terrazzino con vista fiume. Splendida ma cara! (Sì, poiché il cambio di camera prevedeva il pagamento della differenza!) Così siamo andate a vedere la seconda opzione.

Vista dal balcone della camera dell'hotel Due Belvedere a Saint-Simeon.Anche questa era una camera grande, ma con un solo letto, sempre king-size, un bagno completo e, anche qui, un terrazzino vista fiume. Inoltre, funzionava internet!. Abbiamo scelto quest’ultima. Abbiamo pagato la differenza e abbiamo deciso di fare il campo base in questo hotel fino al 25 agosto, il giorno del rientro a Montreal. In tutto la permanenza nell’hotel ci è costata 547,61$CAD (per 6 notti).

Mentre stavamo facendo il trasloco, Chiara ogni tanto guardava sulla sua email, semmai fosse arrivata una risposta da Booking… e invece nulla, mah…!

Dopo aver fatto il nostro piccolo trasloco di camera abbiamo sistemato, finalmente, le valigie.

Nel frattempo stava smettendo di piovere, così abbiamo deciso di fare un po’ di spesa. A Saint-Simeon c’era un supermercato abbastanza fornito. Abbiamo preso un po’ di prosciutto, frutta, crackers, tonno sotto vetro e, ovviamente, lattine di birra!

Quando siamo uscite dal supermercato non pioveva più ed era uscito il sole e, una volta portata la spesa in camera e messo gli acquisti in frigorifero, siamo di nuovo uscite a fare un giro in direzione di Tadoussac.

Lungo la strada, anzi, più precisamente a Baie-Sainte-Catherine, abbiamo visto due stabili con all’esterno alcuni cartelloni pubblicitari che promuovevano le escursioni di whale-watching con navi e zodiac (gommoni che possono portare una ventina di persone), nonché un’esperienza di volo con l’elicottero per chi avesse voluto vedere la costa e le balene dall’alto.

Ci siamo fermate e sono entrata nel primo dei due locali per chiedere informazioni. L’agenzia era la “Croisieres AML (BSC)”. L’addetta mi ha spiegato che le balene vengono in questa zona soprattutto in questo periodo perché c’è molto krill. Mi ha anche consigliato l’escursione in zodiac perché questi ultimi si avvicinano alle balene molto più della nave che è molto più grande e deve stare più lontana per la sicurezza delle balene.

Così dopo essere tornata in macchina e avere riportato a Chiara tutte le informazioni ottenute, abbiamo deciso di fare l’escursione in zodiac. Quindi, sono entrata di nuovo nell’agenzia e ho acquistato i biglietti per il giorno dopo, alle 13:00 (costo 172,36$CAD).

Contente, ci siamo rimesse in macchina per proseguire il nostro giro e, appena 50m dopo, ci siamo di nuovo fermate. Avevamo notato un’area di sosta con una casetta di legno bianca con il tetto rosso, proprio di fronte all’estuario del fiume Saguenay sul San Lorenzo. Abbiamo parcheggiato e ci siamo affacciate a vedere il panorama.

Nonostante un vento fastidioso, la vista era bellissima, da un lato il fiume Saguenay che esce dal fiordo omonimo e, dall’altro lato, il fiume San Lorenzo che l’accoglieva. Mentre stavo cercando il punto d’incontro dei due fiumi, ho visto due grandi pesci bianchi che nuotavano verso il fiordo.

Due beluga che entrano nel giorno di SaguenayHo guardato meglio e…, meraviglia delle meraviglie, non erano pesci, ma beluga! Erano due beluga, due piccole balene bianche!

Erano le prime balene libere che vedevo e sicuramente le prime beluga! Stavano entrando nel fiordo di Saguenay. Ho preso subito la mia macchina fotografica e, malgrado fossero lontane, ho scattato qualche fotografia.

Poi, mi sono girata verso la casetta bianca e ho visto che dentro era allestita con poster raffiguranti vari tipi di balene con le informazioni su ognuna di loro, in inglese e in francese. Abbiamo letto che eravamo al Centre d’interprétation et d’observation de Pointe-Noire.

Sul lato opposto della casetta bianca c’era un sentiero in discesa, l’entrata del punto d’osservazione. Abbiamo percorso il sentiero e, dopo aver fatto qualche metro, abbiamo visto che sulla destra c’era un piccolo chiosco di legno con dentro una signora che ci ha chiesto il nostro codice postale.

Abbiamo detto che venivamo dall’Italia e lei ha digitato su un computer le informazioni che le abbiamo dato; e poi ci ha dato un cartellino verde e un dépliant. La signora, gentilissima, ci ha anche detto che tutti i punti d’osservazione erano gratuiti e sul dépliant avremmo trovato le indicazioni stradali per raggiungerli e visitarli.

Ci ha invitato a scendere lungo il sentiero e così l’abbiamo fatto, fino ad arrivare in una terrazza di legno dove erano sistemate alcune sdraio e sedie di plastica.

Un turista stava seduto con il binocolo in mano e altre persone stavano appoggiate sul parapetto, sempre di legno, con le macchine fotografiche pronte a immortalare i cetacei di passaggio. Siamo andate sul terrazzo anche noi, ma c’era troppo vento.

Un beluga che si addentra nel fiordo in solitarioDa lì abbiamo visto che più in basso, verso il fiume, c’era un’altra terrazza più piccola con una tettoia rossa e siamo scese ancora. Una volta arrivate abbiamo aspettato qualche minuto e abbiamo visto in lontananza le beluga che entravano nel fiordo, ma il vento freddo soffiava intensamente e dopo qualche minuto abbiamo rinunciato. Siamo ritornate alla macchina con la promessa di tornare.Ferry in arrivo da Riviere-du-Loup

Siamo rientrate in albergo perché eravamo un po’ stanche per la levataccia mattutina. Abbiamo pranzato sul terrazzino della camera e da li abbiamo visto i cormorani, le beluga e una balena… fantastico!

Un ferry è arrivato da Riviere-du-Loup una cittadina sull’altro lato del fiume e sono scesi alcuni camion, moto e auto. Subito dopo altri mezzi sono saliti e, in men che non si dica, il ferry è ripartito. Questo viavai è avvenuto tre o quattro volte al giorno.

Mentre stavamo godendoci il panorama, il cellulare ha squillato, era mio fratello che mi informava che era bloccato in Francia perché si era rotta la macchina!

Mi ha raccontato come erano andate le cose e mi ha detto che avrebbe dovuto sostare fino al giorno dopo (lunedì) nella località dove il carro attrezzi aveva portato la macchina con la speranza di trovare un’officina aperta.

Dispiaciute per mio fratello, siamo andate a riposare un pochino. Ho scaricato sul pc le foto fatte fino ad allora e ho messo in carica le batterie della macchina fotografica per il giorno dopo. Verso le 19:00 siamo andate a fare una passeggiata sulla riva del fiume. Ci siamo accorte che la marea si era abbassata tantissimo, prima non si vedevano così tanti scogli e pietre.

Lungo la riva c’era un camping che ospitava camper…, ma non i nostri camper… erano dei camper enormi, lunghissimi e, una volta stabilizzati al terreno, si allargavano come due ali aperte. Piccoli appartamenti!

Mentre stavamo passeggiando, abbiamo seguito con lo sguardo un ragazzo che lasciava numerosi ciocchi di legno davanti ad ogni camper che aveva fuori il barbecue. Abbiamo pensato che probabilmente era un servizio offerto dal campeggio… chissà… Poi, incuriosite, abbiamo continuato ad osservare e abbiamo visto che il proprietario del camper raccoglieva la legna consegnata e cominciava a preparare il fuoco per arrostire carni.

Dico carni perché più tardi, dal terrazzino della stanza, arrivava l’odore della carne arrostita.

Porto di Saint Simeon durante la passeggiata in riva al fiume.Dopo la passeggiata siamo rientrate. Ci siamo sistemate sul terrazzino e abbiamo mangiato anche noi qualcosa e, dopo un paio di birre e dopo aver contemplato il panorama in completo relax, siamo andate a dormire, contente della giornata.

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☀ Quebec City – Saint-Simeon

Sesto giorno – 19 agosto

Una volta in piedi abbiamo preso il caffè e siamo scese a far colazione (oggi andiamo in un bellissimo parco).

Prima di lasciare il bar abbiamo preparato due panini per il pranzo e dopo siamo risalite in camera. Abbiamo fatto le valigie per partire alla volta di Saint-Simeon che sarebbe stata la nostra meta fissa per almeno 5 giorni e, con i bagagli in spalla, siamo andate alla reception e pagare la stanza (355,44$CAD x 2 notti).

Mentre stavamo caricando la macchina abbiamo fatto un confronto tra Montreal e Quebec City, tenendo conto che non avevamo visitato a fondo nessuna delle due città, arrivando alla conclusione che Quebec City ci era piaciuta di più, forse perché era più antica e ricordava le città europee. Una volta caricate le valigie in macchina, siamo partite.

In Italia, durante l’organizzazione dell’itinerario, mi ero documentata su cosa avremmo potuto visitare lungo la strada per Saint-Simeon (la 138 E).

Avevo visto su GoogleMap che saremmo passate vicino a due siti interessanti La Chute de Montmorency e Le Canyon Sainte-Anne e, leggendo vari articoli e ottime recensioni su tutti e due i luoghi, avevo pensato che dovevamo andarci.

Non avevo detto niente a Chiara per farle una sorpresa e ho cominciato a guidare io. Quando siamo arrivate nei pressi del 15° km e proprio all’altezza del pont de l’Ile d’Orléans, che collega la terraferma con la stessa Ile d’Orléans, ho visto l’insegna che indicava la deviazione per il Parc de la Chute-Montmorency il primo dei due posti da vedere.

Ho seguito i cartelli che ci hanno portato su una strada sterrata a causa dei soliti lavori in corso (i lavori in corso continuavano a perseguitarci ovunque!), finché non siamo arrivate ad un grande parcheggio con un edificio sulla destra. Prima di accedere al parcheggio ci siamo fermate davanti a un box-office per pagare la sosta (10$CAD) e, una volta entrate, abbiamo parcheggiato l’auto.

Quando siamo scese dalla macchina siamo state completamente rapite dal meraviglioso panorama davanti a noi: LE CASCATE DI MONTMORENCY!

Ho visto l’espressione di sorpresa sul volto di Chiara ma, in realtà, ero molto sorpresa anche io! Ci sono sembrate grandiose, molto più alte di quelle del Niagara.

Per arrivare al parco si doveva entrare in un edificio della SEPAQ (Société a pour mandat d’administrer et de développer des territoires publics et des équipements touristiques qui lui sont confiés en vertu de sa loi constitutive), l’azienda che gestisce le attività nei parchi pubblici del Quebec.

All’interno il locale era molto grande e suddiviso in varie zone: a sinistra lo sportello per l’assistenza, il punto d’informazione turistica e la biglietteria; al centro un grande bar con tavolini e sedie; sulla destra, proprio a fianco alla porta d’ingresso, un altro sportello dove si poteva noleggiare gli elmetti di sicurezza e le imbracature da arrampicata.

Andando verso il bar abbiamo visto che c’erano grandi poster con le informazioni pubblicitarie sulle tre attività proposte: la via ferrata, lo zip-line e la funivia che arrivavano direttamente in cima alla cascata dove c’era anche li un ristorante con terrazza.

L’accesso al parco era gratuito.

Non essendo interessate alle attività proposte, abbiamo oltrepassato lo stabile e ci siamo dirette verso le cascate passando su un ponte di legno che s’innalza sopra un piccolo lago, originato dall’incontro dei fiumi San Lorenzo e il Montmorency.

Più andavamo avanti e più la cascata si alzava imponente sopra di noi. Siamo arrivate in un grande spiazzo che si trovava quasi sotto la chute (cascata in francese) dove c’erano alcuni turisti con l’impermeabile che fotografavano la cascata dal basso.

Noi non avevamo nessuna intenzione di bagnarci, anche perché la giornata non era proprio calda, e abbiamo deciso di salire su per la lunga scalinata di legno che porta in cima alla collina. Ogni due rampe di scale c’era un piccolo balcone rotondo con tettoia dove avevano installato un paio di strategici sedili in legno per riposare.

Da queste “aree di sosta” abbiamo fatto le fotografie e abbiamo ripreso fiato. Ogni tanto abbiamo visto sfrecciare, da un lato all’altro della collina, dei ragazzi che si sono lanciati dallo zip-line urlando!

Sul lato destro della cascata c’erano alcune persone che stavano percorrendo la via ferrata.

Da quella distanza sembrava si stessero arrampicando sulla roccia, usando degli scalini naturali e aiutati da una fune collegata alla loro imbracatura di sicurezza. Osservando meglio abbiamo visto che, in realtà, i gradini non erano sporgenze della roccia ma gradini di ferro che si mimetizzavano con la roccia stessa.

Anche per noi salire gli oltre 200 scalini è stata una bella impresa, meno adrenalinica ma sempre un’impresa!

Come ho già detto, le cascate si trovano all’interno di un parco protetto (Parc de la Chute-Montmorency) e la particolarità sta nella conformazione del terreno e dall’erosione del fiume San Lorenzo che hanno creato questo balzo naturale del fiume Montmorency di circa 84m di altezza (30m più alto delle cascate del Niagara) e 46m di larghezza.

Arrivate in cima alla collina ci siamo trovate in una grande spianata con una pendenza verso il fiume San Lorenzo. Al centro della radura il terreno aveva delle piccole trincee in terra che, come poi abbiamo letto, erano state realizzate durante la Battaglia di Beauport nel 1759, tra gli inglesi che attaccarono dal fiume e i francesi trincerati sulla collina.

Andando avanti e sulla sinistra della radura, siamo arrivate al lungo ponte di legno che attraversa la cascata da una sponda all’altra.

La vista da quell’altura era spettacolare, il ponte era situato a più di 80m di altezza sopra la cascata.

Da lì, oltre a vedere tutto il percorso dell’acqua che si rovesciava nel piccolo lago, il panorama si apriva dal ponte de l’Ile d’Orlèans, a sinistra, a Quebec City a destra. Siamo riuscite a vedere anche il castello di Frontenac che spiccava austero sopra le case di Quebec City. Abbiamo passeggiato sul ponte e fatto molte fotografie, come gli altri turisti del resto.

Poi, tornando nella direzione della scalinata di legno, ci siamo fermate in una piazzola attrezzata con panchine e tavoli di legno proprio sulla riva del fiume Montmorency.

Siamo rimaste a contemplare lo scorrere dell’acqua sedute su una panca accanto a due signore orientali con le quali a parte il sorriso convenevole non abbiamo potuto scambiare una parola.

Il parco era immerso nella natura, con il verde degli alberi e il profumo della terra umida… mancavano gli elfi dei boschi! O forse c’erano… Ricordo che mi sentivo in pace con il mondo, la sensazione di serenità e una carica d’energia che mi avrebbe fatto scalare una montagna. Mi sentivo bene.

Abbiamo visto molti sentieri che s’inoltravano all’interno del bosco e ricordo che ho pensato a chi ama il trekking: questo parco era l’ideale per passeggiare e immergersi nella natura.

Si stava facendo tardi e dovevamo ancora andare al secondo sito da visitare, quindi, per paura di trovare chiuso, abbiamo ripreso la via delle scale e siamo scese fino ad arrivare al parcheggio. Quando siamo arrivate alla macchina, abbiamo tirato fuori i nostri panini e li abbiamo divorati.

Siamo ripartite che saranno state le 16:30 circa e abbiamo ripreso la 138 E verso il Canyon Sainte-Anne, il secondo posto da vedere che era distante circa 30 km da dove ci trovavamo; purtroppo, con i lavori sulla strada, ci abbiamo impiegato quasi un’ora per arrivare.

Abbiamo trovato il bivio per il parco del canyon e dopo un paio di chilometri siamo arrivate in un altro grande parcheggio (anch’esso gratuito), abbiamo lasciato la macchina. Ho notato che c’erano solamente due o tre auto parcheggiate e ho pensato che forse eravamo arrivate troppo tardi. Invece era ancora aperto e l’entrata era gratuita grazie al 150° anniversario!

A differenza del parco delle cascate di Montmorency, in quest’altro parco ci si arrivava direttamente attraverso il bosco, percorrendo un sentiero in discesa umido e sotto l’ombra dagli alberi che si ergevano alti e fitti ai lati della via.

Da lontano sentivamo lo scrosciare dell’acqua e, più ci avvicinavamo alla cascata più l’umidità aumentava, creando un ambiente molto umido, quasi soffocante.

Siamo arrivate al ponte che attraversava il canyon e sotto scorreva una piccola cascata. Era diverso dal parco di Montmorency, questo posto era ancor più immerso nella natura. Il ponte di legno che attraversava la cascata era rudimentale, era fatto da piccole assi di legno unite tra loro da attacchi di metallo e da corde. Sembrava di camminare su un ponte antico, simile ai ponti tibetani.

La cascata era molto più piccola e non era ripida ma stretta e lunga e ostacolata da rocce molto grandi. In effetti la bellezza del posto non era tanto la cascata quanto la natura tutt’intorno, il canyon. Abbiamo camminato lungo il sentiero fino ad arrivare a un secondo ponte più in basso che abbiamo attraversato per tornare sulla sponda da dove siamo entrate.

Da questo secondo ponte si vedeva un terzo ponte ancora più in basso alla fine della cascata. Ci ha sorpreso piacevolmente questo luogo ma era tardi e dovevamo fare ancora 140 km per arrivare a Saint-Simeon e trovare il nostro hotel.

Così, mentre risalivamo il sentiero dell’andata, abbiamo scattato le nostre fotografie per immortalare anche questo luogo così suggestivo.

Siamo tornate al parcheggio, rimesse in macchina e abbiamo ripreso il nostro viaggio.

Lungo la strada abbiamo attraversato molti paesetti caratteristici, posizionati sulla costa del fiume San Lorenzo, con le solite case basse, alcuni avevano anche il proprio faro bianco e rosso tipico di queste zone. Verso le 20:00 siamo arrivate Saint-Simeon e abbiamo trovato subito l’hotel, anche perché il paese era veramente piccolo e i pochi hotel del posto erano tutti raggruppati vicino al porto, così come l’hotel “Vue Belvedere” dove avevamo prenotato una camera con Booking.com qualche mese prima dall’Italia.

Alla reception ci stavano già aspettando e dopo aver consegnato i documenti per la registrazione ci hanno mostrato dove si trovava la nostra stanza e ci hanno dato le chiavi.

Abbiamo parcheggiato la macchina proprio davanti alla porta della stanza che ci avevano riservato.

Era un hotel tipico americano con le porte d’accesso alle camere davanti al parcheggio delle auro.

Siamo entrate in stanza e ci ha preso un accidente! Non credo di aver mai visto una camera così piccola! Il frigorifero sopra al tavolo, il mini-bagno con la doccia e il vaso, mentre il lavandino era davanti al letto, all’interno della stanza! Era un motel! Ci potevamo muovere una per volta altrimenti non potevamo passare né in bagno né uscire dalla porta. Non c’era posto per due valigie! Un incubo! Non solo, la porta d’entrata era con il vetro e una persiana rotta faceva da “oscurante”.

Chiara, paonazza in volto, ha preso subito l’ipad per reclamare con booking, ma… non c’era internet!

Dove era la camera che abbiamo visto in foto quando abbiamo fatto la prenotazione?

Siamo di nuovo scese alla reception per lamentarci e chiedere di cambiarci assolutamente camera. Il tizio alla reception ci ha detto che non c’erano altre camere fino all’indomani e che comunque avremmo dovuto pagare la differenza.

Abbiamo deciso che il giorno dopo avremmo visto un’altra camera e, se era di nostro gradimento, saremmo passate a quella, nonostante la differenza di prezzo, altrimenti avremmo cercato un altro hotel. Sostare 3 giorni in quella stanza così piccola non era possibile. Prima di rientrare in camera e, visto che alla reception c’era il wi-fi, abbiamo subito mandato una e-mail di reclamo a booking.com, spiegando l’accaduto e chiedendo spiegazioni.

Più tardi, siamo rientrate in camera per uscire di nuovo per andare a cenare.

Nervose e arrabbiate per l’imprevisto, siamo andate nella locanda “Chez Laurie” suggeritaci sempre dal “tizio” alla reception. Un locale brutto e sporco, ma ci siamo comunque sedute anche perché dopo le 21:00 sarebbe stato difficile trovare un posto dove mangiare e, inoltre, ancora non avevamo girato Saint-Simeon e non avevamo idea se avremo trovato facilmente ristoranti o pub!

Penso sia stata l’unica giornata nera della vacanza, a parte un’altra che doveva ancora venire e che racconterò in seguito.

Quando è arrivato il cameriere, abbiamo chiesto il menù… inesistente, allora gli abbiamo domandato cosa potevamo mangiare e bere. Gli alcolici non si vendevano in questo locale per via delle tasse da pagare e che, a quanto pare, loro non pagavano.

Per farla breve, ci hanno portato alcuni mini-sandwich al formaggio per me e uno pseudo hamburger per Chiara, patatine fritte e acqua del rubinetto che è la prima cosa che portano nei ristoranti in Canada. Abbiamo mangiato i sandwich e l’hamburger mentre le patatine le abbiamo lasciate perché erano vecchie e bruciacchiate e siamo scappate da quel pessimo posto che sconsigliamo vivamente.

Rientrate in stanza abbiamo scherzato un po’ su chi si doveva passare prima per andare in bagno e chi dopo… abbiamo cercato di chiudere la giornata con ironia e così è stato.

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☀ Wendake – Quebec City

Quinto giorno – 18 agosto

Dopo il nostro consueto caffè italiano nel Quebec, alle 9:00 eravamo giù al bar a fare colazione.

Siamo salite di nuovo in camera per organizzare l’itinerario della giornata. La mattinata si era presentata uggiosa. Abbiamo pensato di visitare prima la riserva indiana a Wendake e poi saremmo tornate di nuovo a Quebec City.

Siamo uscite verso le 10:30 circa e ci siamo dirette a Wendake che, tra l’altro, era proprio lì vicino, a meno di 15 km.

Non ho mai visto una riserva indiana e, non so perché, l’ho sempre immaginata come qualcosa di chiuso, tipo un fortino del Far West… tanto che quando siamo arrivate davanti al villaggio ricostruito e ambientato denominato “SITE TRADITIONNEL HURON: ONHOUA CHETEKBE” ho creduto che la riserva fosse quella, invece no.

Abbiamo fatto il biglietto d’accesso che comprendeva lo spettacolo di danza di benvenuto e siamo entrate nel villaggio vero e proprio.

Ci siamo trovate di fronte ad un grande capannone molto alto e lungo costruito con pali di legno con il tetto.

L’entrata del capannone era costituita da una porta anch’essa grande e alta sopra allo stipite avevano disegnato una tartaruga rossa che aveva ai lati due scudi rotondi fatti con piume bianche e rosse. Davanti al capanno c’era un piazzola con una canoa sulla destra.

Non siamo andate in quella direzione perché le guide del posto ci hanno chiamato per il rito di benvenuto. Abbiamo percorso un piccolo viottolo sterrato e, dopo aver superato l’area di ristoro, siamo arrivate davanti ad un locale nel quale ci hanno invitato ad entrare subito perché stava iniziando a piovere.

L’interno del locale era stato allestito con pelli di animali, tamburi, piume e articoli tipici della tribù Urone, il cui nome originale è Wendat.

Ci hanno fatto sedere su panchine disposte a semicerchio e, una volta tutti dentro, hanno chiuso la porta e siamo rimasti in semi oscurità, le poche lampade accese erano disposte in modo da rendere l’ambiente molto simile all’ antico Tepee, classica tenda indiana.

Lo spettacolo è stato carino interpretato dal 4 o 5 ragazzi giovanissimi ventenni o giù di li.

Indossavano gli abiti tipici degli indiani ed erano tutti scalzi. Non avevano alcuna sembianza indiana… un ragazzo era biondo con gli occhi azzurri, gli altri erano castani.

L’unica ragazza aveva i capelli ricci e la pelle bianchissima. Ho pensato che fossero stati contrattati da qualche ente locale e istruiti per la rappresentazione. Parlavano le due lingue ufficiali, francese e inglese.

Durante lo spettacolo hanno coinvolto alcuni turisti per fumare il calumet di benvenuto e hanno danzato con un sottofondo musicale ovviamente composto da canti tradizionali. L’evento era stato diviso in quattro scene, ognuna presentata da una voce registrata nelle due lingue.

Le prime tre scene erano danze che ricordavano i movimenti degli animali come l’aquila e l’orso, mentre l’ultima è stata la fumata di benvenuto. Il tutto è durato più di un’ora.

Quando siamo usciti dal locale diluviava, allora siamo corse sotto la tettoia dell’entrata al negozio di souvenir.

Il ragazzo biondo con gli occhi azzurri che nello spettacolo appena eseguito faceva la parte del “capo”, ci ha radunato e ci ha portato nel capannone principale.

Quando sono entrata all’interno mi è venuto in mente un documentario di Alberto Angela registrato proprio lì e nel quale si raccontava la vita degli Uroni.

Il capanno era enorme, altissimo e molto lungo!

Il tetto internamente sembrava fatto di paglia o di piccoli rami secchi, o tutti e due. Al centro c’erano due fuochi racchiusi da un cerchio di pietre e con una specie di griglia rialzata fatta con rami di legno.

La struttura del capanno era sorretta da grandi e lunghi tronchi disposti lungo i lati in modo da formare due piani.

Al primo piano, quello più basso a 1 metro circa da terra, erano sistemati i “letti” (sembravano cucce), coperti con pelle di animale.

In quello più alto erano appesi utensili da cucina, archi, varie tipologie di armi tipo il tomahawk (una specie di ascia), amuleti, Dream Catcher (acchiappasogni), ossa di cervi o alci, corni varie pellicce di animali.

Il capo ci ha raccontato come vivevano i “Wandat” le principali attività delle donne erano conciare le pelli e cucinare, mentre quella degli uomini erano costruire le armi, gli utensili per l’agricoltura, attività predominante (coltivavano principalmente mais), e allenarsi per eventuali battaglie.

Di lì a poco è entrato in scena un altro ragazzo, sempre con capelli molto chiari, ricci e lunghi che ci ha portato in un altro capanno più piccolo dove avevano sistemato una specie di museo con animali imbalsamati (castori, marmotte e un piccolo cervo) e una riproduzione in scala del villaggio.

In una parete del capanno c’erano varie fotografie e un grande poster che poi ho comprato al negozio di souvenir in uno erano illustrati i vari accampamenti e le diverse tribù.

Ci ha detto che loro erano tutti discendenti dei Wandat, tutti!

Che la riserva non era solo quel posto recintato a mo’ di villaggio ma tutto il paese di Wendake!

Hanno la loro polizia (9 poliziotti, precisamente) la loro amministrazione, uffici comunali ecc. che la riserva era auto-gestita e che, ad esempio, la polizia di Quebec City non si occupa dei problemi riguardanti quel territorio…

Sono rimasta affascinata!

Ci ha spiegato, anche, che non hanno una vita facile perché il loro spirito libero è circondato dal mondo esterno al quale non riescono ad adattarsi facilmente.

Pochi ragazzi arrivano all’università.

Sempre lui ci ha accompagnato dentro ad un Tepee bianco ed enorme, che stava lì vicino.

All’interno e attaccati alla tenda c’erano altre fotografie e ritagli di giornale del ‘700 e dell’800, con le immagini di grandi capi e delle loro discendenze.

Mi ha fatto sorridere come nelle foto degli alberi genealogici, i costumi cambiavano man mano che salivano aumentavano gli anni, non capivo se fossero meno ridicoli quelli antichi o quelli più “moderni”.

Uscendo dal Tepee ci siamo ritrovati in un’area delimitata da tante pietre disposte a creare un cerchio con dentro i resti di legna bruciati e, vicino, tre statue fatte con pietre messe una sopra l’altra che simboleggiavano un uomo e due bambini a braccia aperte.

Bellissime!

Poi ci hanno fatto vedere il capanno delle barche e, infine, siamo andati nel capanno sacro, dove ci hanno chiesto di non fare fotografie perché quello era il capanno dove si concentravano le energie e dove si tenevano i riti sacri.

Quando la visita è finita ha smesso anche di piovere. Abbiamo salutato la nostra guida e siamo andate al negozio di souvenir per comprare alcuni dei regalini da portare in Italia.

Quando siamo uscite dal villaggio recintato e ripreso la macchina per andare a Quebec City, abbiamo rifatto la strada dell’andata e abbiamo guardando Wendake con una diversa ottica.

Abbiamo fatto caso alle varie targhe e nomi di vie in lingua urone. Abbiamo visto il loro ambulatorio medico, il municipio, il museo, le varie botteghe artigiane… insomma abbiamo realizzato che Wendake era una intera riserva indiana che, da un punto di vista più generico, non era così diversa da altri paesetti in cui siamo passate.

Per entrare al centro di Quebec abbiamo rifatto la stessa strada del giorno prima, ma abbiamo parcheggiato al Cour intérieure du Petit Séminaire de Québec, proprio dietro la cattedrale di Notre-Dame de Quebec (12$CAD x 12 ore).

Ci siamo dirette al belvedere Montmorency Park National Historic Site.

Il panorama si estendeva da un lato con la vista al porto e dall’altro al castello di Frontenac. Siamo andate verso la Rue du Petite Champlan (la via più stretta del Canada) che ci è piaciuta molto anche se era affollatissima.

La via era piena di negozi e ristorantini. Dopo aver fatto un giro perlustrativo, abbiamo scelto un bar con i tavolini all’esterno coperti da tende.

Ci siamo prese una birra, una zuppa di pomodoro improponibile, accompagnate da un piatto con salmone e olive… il tutto molto discutibile.

Il tempo di mangiare e ci siamo rimesse in strada per fare un giro verso il porto dove c’era una grande nave che da lì a poco sarebbe salpata per una crociera sul San Lorenzo fino a Taodussac e oltre, che era anche il nostro obiettivo del viaggio.

Siamo poi arrivate alla Place Royale dove c’è il famoso murales La Fresque des Québécois.

Un gigantesco trompe-l’oeil di 400 mq. che ritrae una giornata cittadina in cui i personaggi raffigurati sono i personaggi storici più rappresentativi del paese (Samuel de Champlain, Jacques Cartier, Félix Leclerc, ecc.).

Passeggiando per la città abbiamo notato che sui tetti spioventi delle case c’erano delle scale e ascoltando una guida italiana che stava spiegando questa curiosità a un gruppo di turisti, abbiamo saputo che le scale erano messe li di proposito per salirci d’inverno per spalare la neve dai tetti.

In quella occasione abbiamo anche sentito la guida spiegare il perché ci sono gli scalini davanti a tutte le porte delle case, ed effettivamente servono a risparmiare la porta d’ingresso dalla neve dell’inverno.

Nel frattempo ha ricominciato a piovere e allora ci siamo dirette alla macchina decise a fare un giro alla Citadelle che è una fortificazione che separa la città vecchia dal parco della piana di Abraham e che sorge nel luogo dove si svolse la battaglia del 1759 fra inglesi e francesi.

Pioveva troppo e in verità non siamo riuscite a vedere molto anche perché nel frattempo stava scendendo anche la nebbia.

Abbiamo ripreso la via del ritorno.

Ci siamo fermate a comprare qualcosa da mangiare e siamo rientrate in albergo. Ho scaricato le mie fotografie e abbiamo sistemato ancora una volta le valigie per la partenza del giorno dopo.

Abbiamo mangiato e siamo andate a dormire.

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☀ Montreal – Quebec City

Giorno Quarto – 17 agosto

Il nuovo giorno si è presentato con un bel cielo terso e con un po’ di vento.

Ci siamo alzate presto fatto il caffè e organizzato le valigie. Il pensiero costante è stato quello di mangiare almeno un croissant prima di partire. Siamo scese al ristorante e abbiamo subito occupato il tavolo alto del giorno prima.

Come attirata da una calamita sono entrata nel ristorante, ho dato un’occhiata intorno per vedere se c’era la cinese di ieri mattina e quando l’ho vista ho fatto un sobbalzo… mannaggia… “croissant!”, ho pensato. Mi sono avvicinata timorosa al tavolo dei dolci e fortunatamente ce ne erano ancora! Sospiro di sollievo!

Dopo aver fatto colazione siamo risalite in camera e abbiamo finito di sistemare i bagagli. Poi con le valigie in mano e lo zaino in spalla siamo andate alla reception per pagare la stanza (due notti 249,42$CAD tasse incluse).

Uscite dalla porta d’ingresso dell’hotel, un giorno splendido, ho visto che in fondo alle scale ripide e strette dell’albergo, il giardiniere stava lavorando nel giardino. Quando stavamo per scendere gli scalini, lui li stava risalendo e ci siamo trovati faccia a faccia.

Credo abbia letto la supplica nel mio sguardo dagli gli occhi a pesce lesso che diceva: “Porta giù le valigie… s’il vous plait!!!” Senza dire nulla ha preso la mia valigia con una mano e quella di Chiara con l’altra e in un secondo era giù in strada mentre noi eravamo ancora a metà scale!

L’abbiamo ringraziato in tutte le lingue! Anche a gesti, nel caso non ci fossimo riuscite a farci capire… e ci siamo dirette alla fermata del 747 Express. Il giorno era ancora lungo!

Abbiamo ripercorso la stessa strada fatta qualche giorno prima, ma questa volta in discesa, meno faticoso. Da lontano avevo visto l’autobus e i passeggeri che stavano salendo quindi, abbiamo accelerato il passo per non perderlo.

Siamo riuscite a prendere l’autobus in tempo e dopo le mille fermate siamo arrivate al terminal degli arrivi dell’aeroporto alle 9:00 circa.

Per prima cosa abbiamo preso un carrello per trasportare tutti i bagagli senza fatica e poi ci siamo dirette al Car Rental seguendo le indicazioni dei cartelli della Thrifty, la compagnia di noleggio dell’auto prenotata. Si trova proprio nel palazzo dei parcheggi delle auto.

L’ufficio era vuoto non c’era alcuna fila… meglio!

Siamo state ricevute immediatamente dall’impiegato. E’ stato molto simpatico e disponibile.

Abbiamo scherzato sul calcio per via del mio cognome che a quanto pare è lo stesso di un buon giocatore del posto.

Dopo le varie procedure contrattuali e, vista la cordialità dell’impiegato ho chiesto, scherzando, la macchina migliore. Così è stato, ci ha dato la RAV 4, macchina splendida, cambio automatico, accessoriata di tutto tranne il navigatore, ma questo non è stato un problema, avevamo comprato una cartina stradale del Quebec.

Per il noleggio ci hanno chiesto una cauzione di 500,00$CAD che ci è stato devoluto alla fine del viaggio in auto e dopo aver constatato le condizioni dell’auto riconsegnata.

Il costo totale è stato di 559,65€, noleggio dell’auto per la durata di 8 giorni, chilometri illimitati e assicurazione “tutto compreso” della RENTALCARS.COM.

L’impiegato ci ha dato una cartina su cui ha disegnato il percorso da fare per uscire dal parcheggio e per rientrare la settimana dopo.

Poi, finalmente, ci ha indicato dove si trovava la macchina. Prima di firmare il contratto, abbiamo verificato le condizioni dell’auto.

La macchina era nuova e perfetta, qualche graffio che abbiamo segnalato tanto per essere pignole. Abbiamo anche controllato se fosse stato fatto il pieno di benzina come previsto dal contratto che alla fine abbiamo firmato.

Siamo partite per quello che noi consideravamo la vera e propria vacanza, il nostro obiettivo: il cuore del Canada francofono e soprattutto almeno un giorno con le balene!

In Italia, tra i documenti che abbiamo fatto per la vacanza come l’ETA (Electronic Travel Authorization, il permesso di soggiorno in Canada) e l’assicurazione in caso d’infortunio e malattia.

Ho richiesto anche la patente internazionale perché non eravamo sicure se sarebbe stata necessaria per guidare in Quebec.

Un giorno intero alla motorizzazione e alla fine non è stata necessaria!!!

Caricate le valigie in macchina, Chiara si è messa al volante mentre io, cartina alla mano, ho fatto da co-pilota.

Siamo uscite dall’aeroporto in direzione Quebec City. Come suggerito dall’impiegato della Thrifty, abbiamo preso la 40 Est una grande superstrada che per un lungo tratto è a tre corsie.

Anche qui abbiamo trovato sia i lavori in corso, sempre a causa del 150° anniversario d’indipendenza, che molto traffico.

File di enormi camion che in Italia uno solo avrebbe intasato la via Aurelia!

Abbiamo impiegato almeno un’ora per uscire dall’area metropolitana e ci siamo ritrovate su una strada a 2 corsie dritta, dritta, senza nemmeno una curva.

Il limite della velocità era 100Km/h e, seguendo le indicazioni di Gina, non l’abbiamo mai superato ma, in realtà, credo che siamo state le uniche a rispettare i limiti!

Durante il viaggio le uniche distrazioni, a parte i numerosissimi segnali di attenzione di possibile attraversamento di cervi, sono stati i laghetti d’acqua trasparente e distese di abeti.

Una cosa che ci ha incuriosito è stata la grande quantità di tralicci di cavi elettrici, erano ovunque ed erano enormi! In alcuni punti abbiamo costeggiato il fiume San Lorenzo e si vedevano barche e grandi yacht che navigavano in varie direzioni.

Verso mezzogiorno abbiamo deciso di fermarci per comprare qualcosa da mangiare.

Siamo uscite a Trois Rivières a 140 km da Montreal e 130 km da Quebec City.

Poco prima di arrivare al centro dell’abitato, abbiamo trovato un supermercato e ci siamo fermate.

Abbiamo comprato due insalate, un po’ di frutta, un paio sandwich e una confezione di 6 bottiglie d’acqua. L’intenzione era quella di tenerci leggere per non farci venire sonno durante il viaggio su quella strada sempre dritta!

Arrivate alla cassa e mentre stavano passando gli articoli, un ragazzo ha sistemato la spesa nelle buste e ho pensato che si trattava di una cortesia molto utile soprattutto quando le casse sono piene di gente.

Ci siamo rimesse in marcia per cercare un posticino dove ristorarci a Trois Rivières, magari sulla riva del fiume, ma non abbiamo trovato nulla dove parcheggiare in sicurezza. Così, abbiamo deciso di fare un giro al centro della città.

Trois Rivères è molto carina, anche qui c’è la propria chiesa di Notre-Dame con uno stile architettonico simile alle cattedrali francesi, ma più piccola.

Abbiamo lasciato il centro e ci siamo immesse in una strada che costeggiava il fiume e anche in questa zona abbiamo visto che le abitazioni erano villette colorate come a Niagara-on-the-Lake, con giardini avanti e dietro e un garage al lato.

Grandi macchine erano parcheggiate in modo ordinato di fronte alla propria porta.

L’accesso alle case era sempre preceduto da non meno di tre scalini con tettoia e le case erano tutte rialzate. In seguito ho capito che le ville in Canada hanno tutte questa caratteristica per proteggersi dalle grandi nevicate invernali che altrimenti bloccherebbero l’uscio.

Un’altra curiosità: ogni tanto proprio di fronte alle ville, nel proprio giardino prima del marciapiede, abbiamo visto dei mobili, in altri casi una vecchia auto o moto e anche una gabbia per uccelli di quelle sorrette da un palo di ferro. Davanti a “questa roba” un cartello con su scritto “SELL”.

Ma la cosa che più mi ha sorpreso è stata che non ho visto nessuno a controllare la “merce”! Fantastico! Chissà se hanno bisogno di qualche permesso del comune, della polizia o dell’azienda che gestisce la nettezza urbana la quale, ovviamente, funziona a meraviglia!

Non un pezzo di carta a terra, non un secchio di spazzatura, non una busta… beata civiltà!

Ogni cittadino, nel tardo pomeriggio, mette sul marciapiede di fronte alla propria casa il classico secchio alto e quadrato, che puntualmente la mattina dopo è già sparito e probabilmente rimesso all’interno della proprietà dal cittadino stesso.

Sarebbe stato bello trascorrere almeno un giorno qui!

Finalmente, lungo la strada abbiamo trovato un parco con pista ciclabile e zone da pic-nic con tavolini e sedili di legno. Sosta mangereccia! Ci siamo sgranchite un po’ le gambe e ci siamo rifocillate quel tanto per non far brontolare lo stomaco, ma neanche per addormentarci alla guida.

Abbiamo ripreso il cammino e di nuovo la 40 E verso Quebec City, saranno state le 14:00 circa.

Sempre i soliti cartelli “Ci sono grandi possibilità di attraversamento di cervi” ma non ne abbiamo visto neanche uno! Verso le 17:00 siamo arrivate alla periferia di Quebec C.

La strada era spesso deviata e ridotta a una corsia per i lavori in corso e siamo andate talmente piano che i cervi avrebbero potuto attraversare indisturbati…

Finalmente abbiamo letto l’uscita per L’Ancienne-Lorette, località dove si trovava l’Hotel Cofortel dove avevamo prenotato la stanza.

Siamo uscite sulla 540 N e dopo qualche chilometro siamo arrivate all’incrocio con la 138 O e siamo arrivate all’hotel.

Una struttura moderna e probabilmente anche abbastanza nuova. Abbiamo parcheggiato e prima di scaricare abbiamo voluto vedere la camera che ci avevano assegnato. Al primo piano con ascensore! Camera spaziosa con un bagno grande.

Ci è piaciuta. Siamo di nuovo scese al parcheggio e scaricato la macchina. Una volta aperte le valigie e sistemato la frutta in frigorifero, ci siamo fatte una bella doccia e siamo uscite per andare a vedere Quebec City al tramonto.

Quebec City è la più antica città del Nord America, il più antico insediamento europeo ed è l’unica che conserva ancora le mura di cinta.

Non è stato difficile raggiungere in città, la 138 E arrivava proprio in centro. Abbiamo deciso di fare prima un giro in macchina e poi cercare un parcheggio.

Ci siamo immesse sulla 175, una grande strada in salita che arriva a una rotonda con una fontana al centro (Fontaine de Tourny) e il palazzo del parlamento sulla destra. Un edificio molto bello ma purtroppo anche qui abbiamo trovato i lavori in corso… che disdetta!

Abbiamo proseguito per circa 10 metri fino a un semaforo dove la strada 175 terminava davanti alla Rue Saint-Louis. Sulla sinistra c’era un arco che sembrava essere una porta d’accesso alla cittadella. Abbiamo girato nella direzione dell’arco de Rue Saint-Louis.

Dopo pochi metri siamo arrivate in uno slargo con una piazza sulla sinistra, dove spiccava un monumento che poi abbiamo letto era de l’UNESCO e sulla destra c’era un altro arco.

Abbiamo alzato gli occhi e… meraviglia! Era il castello di Frontenac! L’arco che avevamo a destra era l’accesso alla “piazza d’armi” ovvero il parcheggio dei clienti di questo grandissimo albergo di 600 stanze su 18 piani.

Ovviamente non siamo potute entrare con la macchina quindi, una volta deciso che sarebbe stato il primo sito da vedere, abbiamo proseguito sulla Rue du Fort, una via in discesa che portava direttamente al porto sul fiume San Lorenzo.

Abbiamo girato sulla sinistra e costeggiato il fiume per cercare un parcheggio. Dopo vari tentativi andati a vuoto, ci siamo ritrovate in una zona, vicino al mercato del vecchio porto di Quebec, dove stavano celebrando il Festival della birra!

Era una piazza allestita con grandi gazebo sulla riva del fiume e tanta ma tanta gente… quindi di parcheggio non se ne parlava proprio lì.

In qualche modo abbiamo ripreso di nuovo la 175, la salita fatta precedentemente e, prima di arrivare alla grande rotonda, abbiamo visto che sulla sinistra c’era un parcheggio coperto (Stationnement D’youville – 4 Rue Dauphine, Ville de Québec) siamo andate li e finalmente abbiamo lasciato l’auto (costo 12,00$CAD 12 ore).

Era già buio quando ci siamo incamminate verso l’arco de Saint-Louis costeggiando le mura di cinta.

Arrivate alla Fontaine de Tourny abbiamo attraversato la strada per andare a vedere il palazzo del parlamento, ovviamente chiuso e con i cancelli coperti da teli per celare i lavori. Dopo qualche foto, siamo andate sulla Rue Saint-Louis e abbiamo attraversato l’arco.

Come nel giro fatto poco prima in macchina, la strada brulicava di turisti come noi; qualcuno stava facendo la fila davanti a ristoranti nel cui menù spiccava il piatto principale del Quebec: le Poutine (bocconcini di formaggio di latte cagliato fresco del Quebec su un letto di patatine fritte, il tutto ricoperto con la salsa a base di carne).

Abbiamo camminato fino ad arrivare all’entrata del castello di Frontenac. Abbiamo oltrepassato l’arco e siamo entrate nel parcheggio della clientela dell’albergo. Ci saranno state una decina di auto di lusso.

Davanti la porta dell’hotel c’era l’usciere con tanto di cilindro in testa, pronto ad aprire gli sportelli delle auto dei clienti in arrivo.

Anche qui abbiamo fatto qualche fotografia e poi siamo uscite per andare a vedere il panorama dal belvedere dove al centro del grande terrazzo c’era il monumento dedicato a Samuel De Champlain, esploratore, cartografo, scrittore francese e fondatore della città di Quebec.

Non siamo riuscite ad arrivare al parapetto del “belvedere” perché siamo state rapite dal fragore della gente radunata intorno ad un giocoliere molto simpatico che stava coinvolgendo il pubblico durante la sua esibizione.

Ci siamo divertite molto ma… abbiamo anche cominciato a sentire un languorino allo stomaco.

Dopo aver assistito per una decina di minuti allo spettacolo del menestrello, siamo andate a cercare un posto dove cenare con una buona birra.

Come al solito non siamo riuscite subito nell’intento, in parte dovuto alle lunghe liste d’attesa davanti ai ristoranti e in parte perché non siamo state ispirate dagli odori.

Alla fine abbiamo trovato il “Pub Europeo” con tavoli disponibili. L’arredamento era in legno scuro e ricordava i pub inglesi, anche se sembrava più un ristorante che un pub. Io ho ordinato le cozze e Chiara il salmone con verdure e le due solite birre.

La scelta è senza infamia e senza lode… ma abbiamo cenato e pagato 92,61$CAD caro, anche se la zona era molto turistica. Siamo uscite e siamo andate a fare una passeggiata passando davanti alla Basilique-Cathédrale Notre-Dame de Québec, in rigoroso stile francese, e quindi ritornate alla piazza con il monumento dell’Unesco.

Il giorno era finito ed era, oramai, buio e abbiamo passeggiato e scattato fotografie al castello illuminato da luci di bianche, azzurre e rosse.

Siamo andate a vedere il panorama dal parapetto del belvedere.

Si vedeva la città dall’alto, le vie piene di turisti e il porto con una grande nave contornata da lampadine che riflettevano la luce sul fiume. Una vista mozzafiato! L’aria era fresca e si era fatto tardi. Ci sentivamo stanche e quindi abbiamo deciso di riprendere la macchina e rientrare in albergo… facile a dirsi…

Uscite dal parcheggio abbiamo ripercorso di nuovo la Rue Saint-Louis, passate sotto al castello di Frontenac, arrivate al porto vecchio e infine abbiamo preso la 138 ma non mi ero accorta che era la 138 E non la 138 O ovvero stavamo andando nella direzione contraria all’albergo!

Ce ne siamo accorte dopo almeno 20 km e per tornare indietro è stata un’impresa! Ci siamo perse in una zona commerciale che somigliava a quella vicina all’albergo… il giorno successivo ci siamo rese conto che questi poligoni commerciali sono tutti uguali. Insomma, per farla breve, abbiamo impiegato più di due ore per arrivare in albergo! Ma ci siamo arrivate.

Il primo giorno in auto è andata bene, la RAV 4 si è comportata in modo eccellente!

Cotte dalla stanchezza siamo crollate sul letto e addormentate in men che non si dica.

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