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Shabbat – Gerusalemme

2 febbraio 2018 – Venerdì

Lo Shabbat (festa del riposo)

Alle 9:00 eravamo già in strada. Il programma della giornata era fare un giro sopra le mura della città vecchia, visitare i quartieri armeno e quello ebraico, arrivare al muro del pianto per assistere allo Shabbat e finire la serata alla torre di Davide nella quale, avevamo letto, ci sarebbe stato uno spettacolo di musica e luci.

Lungo la Jaffa road abbiamo incontrato un gruppo di ragazzi che ballavano a ritmo di musica pop… decisamente Gerusalemme è una città di giovani. Siamo arrivate alla porta di Jaffa e in un ufficio turistico abbiamo acquistato i biglietti (18 shk a persona) per  la “Ramparts Walk”, la passeggiata sopra le mura. Purtroppo era aperto solo il percorso sud-est cioè dalle mura che dalla porta di Jaffa arrivavano fino alla Dung Gate (porta del Letame). L’altro percorso, probabilmente più interessante, dalla porta di Jaffa fino alla porta dei Leoni era chiuso per via dello Shabbat.

Abbiamo iniziato a camminare sulle mura con la torre di Davide che troneggiava alle nostre spalle. Dalla merlatura si vedeva la città di Davide sul monte Sion. Era una bella zona con palazzi bianchi e molti giardini.

Il percorso è stato abbastanza faticoso, scaloni di pietra altissimi a salire e a scendere. Le mura costeggiavano il quartiere armeno, abbiamo visto un cimitero dietro una chiesa (molto diverso da quello ebraico) con croci di ferro piantate a terra in un piccolo recinto alberato. Siamo arrivate alla porta di Sion quando un ragazzo che ci aveva superato qualche minuto prima, stava tornando indietro. Marina gli ha chiesto se la Dung Gate era chiusa e lui ha risposto di sì e che si poteva uscire solamente dalla porta di Sion, cioè dove ci trovavamo in quel momento. Chiara e Marina si sono fermate lì mentre Anna R. e io abbiamo provato ad andare avanti fino ad arrivare davanti ad uno sbarramento di ferro: CHIUSO. Salendo e scendendo gli scaloni di pietra siamo tornate indietro e siamo scese dalla porta di Sion con l’intenzione di fare un giro nel quartiere armeno. 

Non siamo riuscite a capire bene quali erano i confini tra i due quartieri perché qualsiasi direzione prendevamo ci ritrovavamo sempre nel quartiere ebraico. Mah…

Ci siamo addentrate per le pulitissime e strette vie del quartiere, e ogni tanto arrivava il profumo di carne stufata. Dall’alto di alcune terrazze si sentivano i ragazzi pregare ad alta voce. Siamo arrivate in una zona archeologica romana. C’erano 6 colonne, pavimentazioni in marmo e resti in pietra. Un gruppo di persone (uomini, donne e bambini) erano vestite, con costumi d’epoca e si erano radunati in quest’area per poi dirigersi sotto una specie di tunnel, li abbiamo seguiti fino ad una grande stanza dove, in fondo a una parete, c’era un enorme “trompe-l’oeil” che raffigurava una mercato in prospettiva. Le persone in costume si sono messe in posa davanti al trompe-l’oeil per farsi fotografare. Li abbiamo lasciati passando per una loggia dove c’erano molti negozi, tra questi molti erano artigiani. Abbiamo proseguito e uscendo dalla loggia siamo arrivate in una piccola piazza con un grande candelabro a 7 braccia dorato e chiuso in una enorme teca di vetro. 

Alla fine siamo arrivate all’altezza della porta di Dung a sud del muro del pianto.

Sapevamo che lo Shabbat iniziava al tramonto del venerdì e quindi abbiamo pensato di andare prima a mangiare e poi tornare e assistere al rito ebraico. Siamo tornate da “Abu Shukri Restaurant” passando tra vicoli del quartiere ebreo e quello islamico. 

Un tratto di strada lo abbiamo fatto sopra i tetti delle case ebree in mezzo ai camini dai quali usciva il fumo e l’odore delle pietanze in cottura. Siamo arrivate al souk e da Abu Shukri. Eravamo affamate! Abbiamo speso 120 shekel!

Quando abbiamo finito di mangiare ci siamo incamminate in una strada quasi deserta a parte qualche turista come noi, molti militari posizionati agli incroci delle strette vie e i rabbini che ci sorpassavano correndo verso il muro del pianto. I negozi ebrei all’interno del souk chiudevano presto per via dello Shabbat.

Siamo arrivate ancora una volta davanti ai controlli e poi al muro del pianto, con largo anticipo. Abbiamo trovato un posto dove insediarci e avere un punto d’osservazione a 360°. Gli uomini andavano e venivano, più o meno di corsa, dalla piazza, dove eravamo noi, al recinto del muro, lato maschile. Rabbini, ragazzi, anziani e bambini, tutti indossavano vestiti tradizionali, alcuni con le tube di piume, altri con la kippah ed altri ancora con cappelloni neri tipo Indiana Johns. 

Eravamo sedute su una panca che faceva parte del “separè” di ferro forato parallelo al muro del pianto e che era unito a quello trasversale che divideva il muro dal lato maschile da quello femminile. Ogni tanto salivamo sulla panca per vedere i preparativi per lo Shabbat. Piano piano l’area maschile si era riempita, alcuni uomini pregavano davanti al muro, altri camminavano da un lato all’altro prendendo sedie o spostando tavolini, altri ancora erano seduti proprio sotto di noi e recitavano insieme delle litanie incomprensibili, altri cantavano.

C’era fermento. Davanti a tutto quel movimento abbiamo pensato che mancava poco all’inizio dello Shabbat, anche perché il sole stava calando. In realtà non avevamo idea di quello che doveva succedere, non sapevamo cosa aspettarci, forse un rito che coinvolgeva tutti gli uomini all’interno del recinto maschile, una specie di processione.

Marina ha letto che l’inizio dello Shabbat era annunciato da un suono di corno, quindi abbiamo aspettato questo segnale.

Di fronte a noi c’era una piccola fontana in pietra gialla con 4 o 5 rubinetti e altrettanti pentolini di metallo che venivano utilizzati per sciacquarsi le mani prima di andare a pregare. I rabbini si lavavano le mani e lo facevano fare anche ai bambini che avevano al seguito. 

Finalmente stava tramontando il sole! Avevamo l’orecchio teso, aspettavamo il suono del corno… ancora nulla. Gli uomini avevano oramai riempito il proprio “recinto”. Abbiamo visto che a gruppi si abbracciavano in cerchio ballando e cantando. C’erano vari cerchi di uomini e ogni cerchio andava per conto suo. Abbiamo assistito a questo spettacolo in attesa del suono del corno. Alle 19:00, quando era già buio, siamo arrivate alla conclusione che l’inizio dello Shabbat era il rito al quale stavamo assistendo da più di un’ora, senza saperlo! Un po’ deluse, ce ne siamo andate.

Arrivate davanti al castello con la torre di Davide lo abbiamo trovato chiuso… per lo Shabbat! (Rigidi questi ebrei!) Sarà per un’altra volta.

Rientrando per la Jaffa road abbiamo visto che tutti i locali erano chiusi. Quindi Marina si armava della Lonely planet per trovare un posto aperto dove mangiare. Siamo andate verso il Mahane Yehuda ma era tutto chiuso. Siamo ritornate verso l’hotel. Sulla King George st.  abbiamo trovato un ristorante aperto “Berta” abbiamo guardato se c’era qualche commento sulla Lonely ma, questa volta, non ci ha aiutato. Abbiamo deciso di andare a vedere un altro ristorante/pizzeria (La Focaccia) consigliato dalla Lonely ma la fila era lunghissima, così siamo tornate sui nostri passi e siamo entrate da “Berta”, che sembrava carino.

Ci hanno fatto accomodare in una tavola di fronte alla porta aperta che dava sulla strada. Ci siamo ghiacciate! Anche perché abbiamo dovuto aspettare tantissimo prima che un cameriere (chiamato insistentemente) venisse a prendere l’ordine. Finalmente eravamo riuscite ad ordinare quando due minuti dopo il cameriere è tornato al tavolo per dirci che avevano praticamente finito quasi tutto quello che avevamo ordinato… insomma disorganizzati, lenti e carissimi!!! Abbiamo speso 486 Shekel per mangiare due salmoni di cui uno lo hanno diviso in due per sopperire il terzo salmone ordinato ma, evidentemente, era finito, uno spezzatino e 4 birre… Siamo uscite da lì molto arrabbiate.

Rientrate in hotel, ci siamo fermate a pianificare l’itinerario per il giorno dopo. Dovevamo partire alla volta della riserva di Ein Gedi e quindi il mar Morto. Avevamo il dubbio se l’assicurazione della macchina copriva lo stato della Palestina che pensavamo di attraversare per arrivare a Ein Gedi, come avevamo programmato, in caso contrario avremmo dovuto fare la strada più lunga e cambiare il programma. Quindi, prima di tutto, dovevamo rileggere bene il contratto. Ma a questo, avremmo pensato l’indomani.

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1 febbraio 2018 – Giovedì

Santo Sepolcro.

Alzate di buon’ora, abbiamo tirato fuori la nostra strategica caffettiera elettrica e con caffè, yogurt e biscotti abbiamo fatto colazione. Verso le 9:00 eravamo già in strada in direzione della città vecchia.

Il tempo era splendido, il sole alto e l’aria era frizzantina ma non faceva freddo. Abbiamo preso la Jaffa road e abbiamo oltrepassato la Porta di Jaffa, una delle 8 porte d’accesso alla vecchia Gerusalemme.

La “old city” dentro Jerusalem map e grandi mura, si suddivide in quattro quartieri: quello cristiano, quello musulmano, quello ebreo e quello armeno.

La porta di Jaffa si trova a sinistra della Torre di Davide che, più che una torre, sembra un antico minareto all’interno di un castello. 

A Gerusalemme la cosa che ci è subito saltata agli occhi (e che poi abbiamo visto in tutte le altre città), è la pietra utilizzata per le costruzioni; tutti gli edifici erano bianchi, le case, i tetti, i camini, le strade… blocchi di pietra bianchi. Ricordava un po’ la nostra pietra leccese. Con tutto questo bianco la luce del giorno era accecante.

Ci siamo dirette all’interno del souk tra il quartiere cristiano e quello musulmano in direzione del Santo Sepolcro, il  vicolo era stretto e coperto e all’entrata c’era una videocamera di sorveglianza.

Era presto e molti negozi erano ancora chiusi. Lungo il vicolo del souk ci siamo fermate davanti ad un forno catturate dal profumo del pane appena cotto. Abbiamo comprato due pite, o pane arabo, che abbiamo divorato lungo il cammino.  

Abbiamo seguito le indicazioni per il Santo Sepolcro che presto abbiamo raggiunto passando sotto un piccolo arco che dava accesso a una piazza (quasi un cortile). 

La piazza di fronte alla basilica è un cubo a cielo aperto e per arrivare alla basilica del Santo Sepolcro si devono scendere alcuni scalini. La facciata della basilica è suddivisa in due livelli. Il livello sulla strada ha, sulla sinistra, due grandi arcate in pietra (un po’ ingiallite dal tempo).

Sotto l’arco di sinistra c’è la porta d’entrata alla basilica (abbiamo letto che la chiave della porta è custodita da una famiglia musulmana dal 1182, per mantenere la pace tra le varie fazioni cristiane), mentre l’arco di destra è murato.

Al secondo livello e, sempre sulla sinistra, ci sono altri due grandi archi in pietra sotto i quali due grandi finestre a vetro chiuse. Sotto alla finestra di destra c’è una scala di legno appoggiata al muro (Scala inamovibile, una scala a pioli di legno in loco dal 1854, simbolo dello Status Quo.- Wikipedia).

A destra della porta murata, altri scalini che portano a una piccola cappella (La cappella della Madonna Addolorata).

La facciata, a sinistra della basilica del Santo Sepolcro, è sovrastata dal campanile quadrato, mentre la facciata di destra (di fronte al campanile) ha una colonna incastrata nella parete e, subito dopo, un altro arco con sotto una porta di legno verde. La porta era chiusa ed era molto bella, intarsiata con disegni di grappoli d’uva.

Non c’era molta gente e siamo entrate nella basilica chiamata anche chiesa della Resurrezione perché la tradizione vuole che questa basilica sia stata costruita sul luogo dove avvenne la crocifissione, l’unzione, la sepoltura e la resurrezione di Gesù.

Appena attraversato l’arco con la porta d’accesso, si trova la lapide dove si dice che Gesù sia stato deposto una volta sceso dalla croce. Su questa grande pietra di colore rosso, è stato lavato e unto il corpo del Cristo prima di chiuderlo nel sepolcro.

Alcune persone si chinavano e toccavano la pietra, altre la baciavano e altre ancora ci passavano sopra sciarpe, foulard, rosari, croci e ogni altra cosa avevano in mano.

Io ho posato la “chicca di sapone”, una creazione di sapone di mia cugina Francesca che mi aveva chiesto di portare con me inIsraele per poterla fotografare in testimonianza della “chicca di sapone nel mondo”.

Dopo alcune fotografie un sacerdote ortodosso ci ha indicato il percorso che dovevamo seguire e siamo entrate nella chiesa. 

L’interno è circolare (chiamata la Rotonda dell’Anastasi), al centro e proprio sotto la cupola principale della basilica c’è l’Edicola del Santo Sepolcro, una struttura in pietra e ferro. A ridosso della struttura, varie cappelle.

La porta d’accesso dell’edicola è in marmo, contornata da tanti piccoli incensieri e piccole iconografie degli apostoli con al centro l’icona di Gesù. Per entrare c’era una fila di persone in abiti tradizionali provenienti da ogni luogo. Ci siamo accodate anche noi.

Qualche minuto dopo, un prete ci ha fatto entrare proibendoci di fare fotografie.

Ci siamo ritrovate nell’anticamera del sepolcro. Al centro c’è una pietra quadrata chiusa in una teca di vetro e illuminata con 4 candele. Poi, passate sotto un piccolo arco sempre in pietra, si arriva davanti al sepolcro. Due lastroni di pietra messi sopra un rialzo, non grandi ma molto suggestivi.

Il sepolcro è illuminato dalla luce di una candela e c’è un quadro con la raffigurazione della Madonna. Dopo appena un paio di minuti ci hanno fatto uscire per far accedere le altre persone che erano in fila. Abbiamo fatto un giro nelle altre cappelle e poi siamo uscite perché si stava riempiendo di gente. 

E’ successo anche a noi quel che si dice accada anche a chi non è credente, che si rimane comunque affascinati dal trovarsi nel luogo dove è nata la Cristianità.

Uscite dal Santo Sepolcro il sole era caldo e abbiamo tolto i giubbini e camminato a maniche corte verso la via Dolorosa, percorrendola in senso inverso fino ad arrivare al muro del pianto. La via Dolorosa attraversava il souk nel quartiere musulmano e lungo il percorso abbiamo incontrato alcune stazioni della via crucis. 

Prima di arrivare alla piazza che precede il muro del pianto, siamo dovute passare per i metal detector controllati da polizia e militari armati fino ai denti. Il muro del pianto è un lungo e alto muro di cinta risalente all’epoca del secondo Tempio di Gerusalemme.

E’ diviso trasversalmente da un separé in ferro forato che separa il piazzale degli uomini, più grande, da quello delle donne.

Quella mattina nel lato degli uomini si tenevano varie cerimonie. Sembrava come la nostra Prima Comunione.

I bambini ebrei indossavano gli indumenti tradizionali e la kippah (la papalina) ed erano affiancati da uomini vestiti con le varie tonache e grandi tube circolari fatti con costosissime piume di rondine.

Il rabbino più anziano aveva aperto una specie di cilindro d’argento dove all’interno si vedeva il grande rotolo della Torah. A quel punto i bambini dovevano leggere un passo della Torah e poi tutti applaudivano e cantavano. Le mamme, dal lato delle donne, tiravano le caramelle!

Un rito molto allegro e festoso… e tante caramelle ovunque!

Erano quasi le due del pomeriggio e, dopo aver ripreso e fotografato per più di un’ora, abbiamo deciso di andare a pranzo.

Marina ha tirato fuori il libro della Lonely Planet e ha trovato un posticino suggerito dalla guida: Abu Shukri Restaurant, più che un ristorante era un’osteria musulmana dove abbiamo mangiato il miglior humus di Gerusalemme, con contorno ceci, felafel, insalata di cetrioli, pomodori e le pite. Il pranzo ci è costato in tutto 110 shekel (meno di 27€ in quattro!).

Dopo il pranzo siamo ritornate al muro del pianto ma questa volta per andare al Monte del Tempio.

Anche qui c’erano i controlli e una lunga fila di turisti per entrare.

Dopo circa 20 minuti abbiamo superato i metal detector e siamo passate sopra un ponte di legno sopraelevato che attraversava il muro del pianto dal lato delle donne per arrivare alla Spianata delle Moschee.

Per accedere ci hanno fatto indossare sopra ai nostri pantaloni, delle lunghe gonne verdi… eravamo tutte ridicole! Ma era l’unico modo per entrare nella spianata e nelle moschee.

Abbiamo provato ad entrare nella Moschea al-Aqsa però non è stato possibile perché era troppo tardi! Allora ci siamo dirette verso la Cupola della Roccia.

Dalla Moschea al-Aqsa per arrivare all’altra moschea c’era un lungo viale con a destra un giardino e al centro una fontana. Dopo la fontana c’erano delle scale e, in cima alle scale, delle piccole arcate.

Abbiamo oltrepassato le arcate e siamo arrivate in un’altra area molto grande, al centro c’è la Cupola della Roccia. Una struttura ottagonale ricoperta di tasselli di ceramica di colore bianco da terra fino a metà altezza e tasselli blu e verdi fino alla base della cupola che era rivestita d’oro. I colori della moschea risaltavano alla luce del sole, molto bella!

Abbiamo fatto molte fotografie e ammirato il panorama verso il Monte degli Ulivi.

Dopo una mezz’ora i guardiani si sono messi a urlare per farci uscire, molto sgarbatamente, e ce ne siamo andate.

Abbiamo preso un’altra via del souk e siamo arrivate alla Porta di Damasco, porta nord della vecchia città.  Volevamo andare a vedere il tramonto dal Monte degli Ulivi e dovevamo fare il giro delle mura da Nord verso Est. E’ stata una bella passeggiata. 

La vecchia Gerusalemme è situata su un monte a circa 760 m s.l.m. e quindi la strada era inizialmente in discesa per poi risalire verso il Monte degli Ulivi. Siamo passate davanti alla porta di Erode sempre a Nord delle mura e poi la Porta dei Leoni andando verso Est. 

Il Monte degli Ulivi si riconosceva, ovviamente, per gli ulivi che dominavano un lato della collina, mentre, nell’altro lato c’era il cimitero ebraico. 

Nel libro di Zaccaria il monte degli Ulivi è identificato come il luogo da cui Dio comincerà a far rinascere i morti alla fine dei secoli. Per questo motivo, gli ebrei hanno sempre cercato di essere sepolti sulla montagna; dai periodi biblici ad oggi il monte è stato usato come cimitero per gli ebrei di Gerusalemme. Si valuta che vi siano 150.000 tombe. (wikipedia)

Le tombe a sarcofago erano tutte uguali e tutte di pietra, bianca. La caratteristica di queste tombe erano i sassi che quasi tutte avevano sopra la lapide di chiusura del sarcofago. 

Siamo arrivate davanti alla Chiesa di tutte le Nazioni costruita in quello che la tradizione riconosce come il Getsemani. A sinistra della facciata della chiesa c’era l’orto degli ulivi: il Getsemani e siamo entrate.

L’orto era piccolino, non ci saranno stati più di dieci ulivi e abbiamo letto che, ovviamente, non erano quelli del tempo di Gesù, ma erano comunque molto vecchi e molto belli.

Da lì volevamo risalire il monte fino alla cima da dove ammirare il tramonto su Gerusalemme. Fortunatamente un taxi ci ha proposto di portarci per 50 shekel… ci è sembrato un prezzo non eccessivo e abbiamo accettato.

Il taxi è arrivato fino all’Edicola dell’Ascensione, e li ci ha lasciate. L’Edicola era una specie di cappella completamente vuota a parte una pietra, isolata nel pavimento, sulla quale ci sarebbe l’impronta del piede sinistro di Gesù.

Abbiamo continuato a camminare sulla strada fino ad arrivare vicino a un hotel e a un belvedere fatto a forma di teatro romano con sedili in pietra rivolti verso Gerusalemme. Eravamo arrivate! Il panorama era stupendo.

Il sole era ancora alto quindi ci siamo accomodate e ci siamo riposate. Avevamo fatto molta strada e molta ancora dovevamo farne per rientrare in hotel.

La vista su Gerusalemme dentro le mura era eccezionale. Si distinguevano la spianata delle moschee, la Sinagoga, la cupola del Santo Sepolcro e anche la Torre di Davide. Sotto la nostra postazione c’era il cimitero ebraico.

Alcuni rabbini stavano tra i sarcofagi che pregavano con un libro in mano e facevano quel movimento in avanti e indietro con il busto. Dietro di noi un cammello era “parcheggiato” sopra un tappeto a un lato della strada. Sembrava in attesa di un cliente da trasportare. Si sentivano gli uccelli cantare. C’era un’atmosfera magica.

A un certo punto, quando il sole stava tramontando, un muezzin ha cominciato a cantare dalla vecchia città. Si sentiva il canto che echeggiava da ogni parte. E’ stata la cornice di quel quadro incantevole che avevamo di fonte. E’ stato emozionante, ho ancora la pelle d’oca! 

Abbiamo scattato tante fotografie e fatto riprese fino a che ha iniziato ad oscurare e abbiamo cominciato a sentire un certo freschetto.

Abbiamo ripreso la via del ritorno, scendendo lungo una ripida stradina che costeggiava il cimitero. Siamo arrivate nei pressi delle mura est di Gerusalemme e abbiamo deciso di passare per la porta dei Leoni, poi andare alla porta di Jaffa e infine in hotel.

Era già buio e le strade interne della vecchia città erano desolate e poco illuminate, ma non abbiamo mai avuto la percezione del pericolo.

Arrivate in camera ci siamo riposate un’oretta prima di uscire di nuovo per andare a cena. 

Quando siamo uscite abbiamo provato a cercare un ristorante sulla Jaffa road e dopo aver girato un’ora ci siamo fermate al “Hill Cafè” e abbiamo mangiato riso con salmone e insalata di cetrioli, pomodori, cipolle rosse e tonno. Abbiamo bevuto 5 birre piccole e speso 330 shekel (caro!). 

Era ora di andare a dormire.

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Tel Aviv – Gerusalemme

31 gennaio 2018 – Mercoledì

A novembre 2017, grazie Black Friday di Ryanair, abbiamo acquistato i biglietti aerei per Israele con l’intenzione di visitare Gerusalemme, il Mar Morto e per ultima Tel Aviv.  

In questo viaggio eravamo in 4: Marina, Anna Rita, Chiara e io.

Marina e Anna R. si sono occupate, praticamente, di tutto: dalla ricerca di B&B al noleggio dell’auto.

Partite da Roma Fiumicino alle 11:00 con volo Ryanair, siamo arrivate a Tel Aviv alle 15:30 circa (ora locale +1).

Avevamo letto che probabilmente i controlli all’aeroporto sarebbero stati lunghi e che sicuramente ci avrebbero fatto mille domande. Non è stato così. L’unica domanda che ci hanno fatto è stata se eravamo in Israele in vacanza o per lavoro, ovviamente in vacanza! 

Dopo i controlli siamo andate subito alla reception di CAL AUTO, la compagnia presso la quale abbiamo prenotato una macchina per l’intera settimana al costo di 307,08 € compreso il secondo conducente. Abbiamo firmato il contratto di noleggio e siamo andate al parcheggio per ritirare l’auto.

Da Roma avevamo richiesto una Ford Focus SW e quella ci hanno dato… ma di colore celeste pigiamino! Ridicola! Abbiamo provato a farcela cambiare… non ci siamo riuscite, quella era la nostra macchina per una settimana.

Senza perdere altro tempo, abbiamo caricato le valigie nel portabagagli e ci siamo messe in viaggio per Gerusalemme prendendo la super strada n. 1. Non siamo riuscite a vedere molto di Tel Aviv. L’aeroporto era in una zona periferica della città. 

La superstrada era molto ben tenuta, niente buche sull’asfalto, a tratti era a tre corsie e aveva i lampioni lungo tutto il tragitto.

Dopo circa 60 Km di superstrada e poco più di un’ora e mezza, siamo arrivate a Gerusalemme intorno alle 18:30. La città santa ci ha accolto con una grande luna piena che spuntava da dietro il monte degli Ulivi. Peccato che non abbiamo potuto fermarci per fotografare quel panorama mozzafiato perché eravamo alla ricerca del nostro aparthotel che poco dopo abbiamo trovato: il City Center Suites – Jerusalem (17, King Georges St.). Abbiamo parcheggiato alla buona e mentre le ragazze aspettavano in macchina, io sono entrata in hotel.

Alla reception, dopo aver confermato il nostro arrivo, ho chiesto dove potevamo trovare un parcheggio per l’auto. La ragazza mi ha dato una cartina della città e ha scritto sopra con una X il punto dove si trovava il parcheggio. Era distante più o meno un centinaio di metri. 

Nonostante il parcheggio fosse vicino all’aparthotel, abbiamo impiegato quasi un’ora per arrivarci; un po’ perché, ovviamente, non conoscevamo le vie e un po’ perché erano quasi tutte strade a senso unico e quindi, per un paio di volte abbiamo girato in tondo. Molti nomi delle strade, inoltre, si somigliano e basta sbagliare un apostrofo per mandare in tilt google maps che infatti continuava a farci sbagliare strada.

Finalmente dopo aver trovato il parcheggio, 170 shk. (poco più di 40 €.) per 3 giorni, abbiamo lasciato la macchina e siamo tornate in hotel, abbiamo preso possesso delle nostre camere, per altro molto spaziose e panoramiche. Poco dopo siamo uscite per comprare biscotti e yogurt per la colazione, abbiamo portato il tutto in stanza per poi uscire di nuovo e cercare un posto dove mangiare.

Abbiamo girato per la città “nuova” quasi due ore senza trovare nulla.

Mentre camminavamo, abbiamo incrociato, più volte, ragazzi con un mitra a tracolla. All’inizio eravamo un po’ preoccupate, poi abbiamo notato che erano tanti i ragazzi e le ragazze che avevano quest’arma con loro. E’ capitato di vederli anche nei pub, seduti a bere birra e sulle ginocchia avevano il mitra. Molto sconcertata avrei voluto chiedere loro perché portavano queste armi in luoghi pubblici.

Marina, nel frattempo, ha tirato fuori la Lonely Planet e ha trovato un posto dove andare a mangiare, il mercato di Machane Yehuda.

Siamo entrate in una delle varie vie lunghe e strette del mercato (chiamato anche souk) e abbiamo visto una notevole varietà di ristoranti, dal vegano all’etnico, dal tradizionale ai tapas bar spagnoli. C’era tutta una serie di proposte gastronomiche provenienti da tutto il mondo. Un pot-pourri d’immagini, suoni, sapori e profumi. C’erano anche alcuni banchi di pesce fresco.

Quando siamo arrivate era ancora presto e il vicolo era molto tranquillo, i locali erano ancora vuoti.

Non sapendo quale scegliere ci siamo fermate al Manou Bashouk. Anna R. e Marina avevano già provato la cucina libanese ed essendo loro due buongustaie, siamo entrate. La proprietaria del ristorante era una signora molto simpatica e cortese. Ci ha dato il menù e, in un inglese con la erre moscia, ci ha illustrato i vari piatti descrivendoli nei dettagli. Abbiamo preso melanzane affumicate, humus, polpette di carne, riso con i ceci e insalata. Abbiamo bevuto quattro birre e abbiamo speso 358 she (poco meno di 100€). La cucina libanese ci è piaciuta molto.

Quando siamo uscite dal Manou Bashouk il souk si era riempito, non riuscivamo a camminare tanto era pieno di gente! 

Abbiamo ripercorso la stretta via per arrivare lungo la strada principale che ci avrebbe riportato in hotel. 

Mentre stavamo camminando abbiamo incontrato un gruppo di ragazzi e di ragazze che stavano davanti alla fermata dell’autobus. Ho colto l’occasione e, incuriosita dai mitra, mi sono fermata e ho chiesto loro perché avevano queste armi. Abbiamo iniziato a parlare in inglese quando un ragazzo ha cominciato a parlare spagnolo… gioia per le mie orecchie! Parlare senza sforzo!

Il ragazzo mi ha spiegato che i genitori erano argentini e per questo lui parlava spagnolo. Gli ho chiesto delle armi e mi ha spiegato che al 18° anno di età inizia la leva militare che dura per i ragazzi 2 anni e 8 mesi mentre per le ragazze “solamente” 2 anni. Ha continuato dicendo che il mitra lo devono portare sempre con loro, obbligatoriamente, ma che il caricatore con i proiettili non era inserito, lo avevano in tasca. Ci ha spiegato che sono molto orgogliosi di servire la patria e, come ha detto lui, fa parte del loro essere ebrei. Ha concluso dicendo che dopo la leva, se non scelgono di fare la carriera militare, dovranno sottoporsi ad una specie di “aggiornamento militare” di un mese ogni anno, fino al raggiungimento del 50° anno di età. Mi ha sorpreso questo loro amore per la patria!

Abbiamo fatto qualche foto insieme, li abbiamo salutati e ringraziati per “l’intervista” e siamo rientrate in hotel.
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