Decimo giorno

Oggi visita a Jaipur, la città rosa, fondata nel XVII secolo da Jai Singh II da cui prende appunto il nome.

palazzo reale
palazzo reale

Oltre a essere un valido guerriero, questo maharaja fu un sovrano illuminato che fece delle cose straordinarie. Era molto colto e intelligente, ottenne per questo l’epiteto “sawai” da parte dell’imperatore, tramandato poi alla dinastia, che significa “più”, quindi il migliore dei 500 maharaja dell’india. Conosceva 17 lingue e decise di cosmopolitazzare la città facendo affluire studiosi, artigiani e mercanti da ogni parte, attirandoli non facendo pagar loro le tasse.

In questo modo la città divenne un centro nevralgico del commercio, soprattutto delle pietre preziose, che si sviluppò con una pianta urbanistica sui generis, con strade molto ampie e  perpendicolari tra loro, contrariamente alle altre, solitamente fatte di vicoli e strade strette.

Inoltre, essendo anche uno studioso di astronomia, mandò in Persia dei suoi collaboratori per capire e approfondire degli studi, ma non essendo soddisfatto delle nozioni da loro acquisite, andò personalmente e al suo ritorno, costruì 5 osservatori astronomici in varie parti, di cui uno e meglio conservato tutt’ora presente in città.

La nostra visita inizia con l’Amber Fort, qualche km. fuori città, costruito alla fine del XVI secolo in arenaria gialla, assolutamente imperdibile.

Si trova su un’altura circondata da una cinta muraria lunga 10 Km. che serpeggia tutt’intorno sulle colline circostanti. La salita alla fortezza avviene cavalcando degli elefanti femmine, più docili e quindi più indicate.

Saliamo dondolando dolcemente sulla stradina che si inerpica fino all’entrata dell’usuale Suraj Pol (porta del sole) presente in tutti i forti, che  si apre nel cortile principale. Attraverso una scalinata si arriva al secondo cortile, delle udienze pubbliche e poi al terzo, dove erano gli appartamenti reali con chiostri decorati con affreschi e specchi, di una bellezza ineguagliabile.

Dai bastioni circostanti si gode una vista spettacolare sulle colline orlate dalla muraglia con il lago e giardini sottostanti. Dal quarto cortile si accede agli appartamenti donne, dove il maharaja accedeva alla compagnia di mogli e concubine.

È molto ben conservato e per questo risultano particolarmente apprezzabili affreschi, bassorilievi e decorazioni. Scendendo, costeggiamo il lago al centro del quale c’è il Palazzo dell’acqua, residenza dei maharaja fino al trasferimento nel palazzo reale in città.

Rientrando, percorriamo le ampie strade costeggiate da palazzine basse, di color ocra, sotto cui una serie infinita di negozietti e botteghe artigiane mostrano la loro merce invadendo i marciapiedi. La città fu fatta dipingere in realtà tutta di color miele verso la fine dell ‘800 in occasione della visita del principe di Galles, il quale, però, essendo daltonico, si compiacque del bel color “rosa” delle costruzioni. Nessuno osò contraddirlo, e Jaipur rimase, quindi, nota come la città rosa.

Passiamo davanti la bellissima facciata del Palazzo del vento e dopo la sosta per il pranzo, andiamo a visitare il Palazzo reale, con cortili, giardini, archi e colonne in architettura indio-musulmana. Veramente bello. In cima al pennone sventola una grande bandiera indiana con sotto una più piccola, a simboleggiare, appunto, che il Palazzo è della dinastia Sawai Jai Singh, un po’ di più delle dinastie degli altri maharaja.

Al termine, facciamo sosta al Jantar Mantar, l’osservatorio astronomico a cielo aperto, perfettamente conservato, anche perché recentemente restaurato, e funzionante, frutto della fervida mente del maharaja Jai Singh II, dichiarato anch’esso patrimonio dell’umanita.

La nostra giornata a Jaipur si conclude con una passeggiata per lo shopping per le strade della città, dove purtroppo per le nostre tasche, facciamo tappa in una gioielleria, dove non resistiamo al fascino delle tante, tantissime varietà di pietre preziose. Ma in questa città, la più famosa al mondo per questo commercio, è impossibile non pagare pegno.

Passando davanti a uno degli innumerevoli banchetti che cucinano qualsiasi cosa, e mangiamo i tradizionali pakòra, buonissime piccole palline fritte con farina di ceci, spezie, cipolle e patate, che ci vengono date in mano avvolte nella carta di giornale (!) per assorbire l’olio, di un colore davvero poco raccomandabile, ma meglio non pensarci e gustarle a cuor leggero.

Per rientrare, prendiamo un tuctuc che ci catapulta nel solito delirante traffico indiano ma che ci porta, anche stavolta incredibilmente, in albergo sani e salvi. 

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