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Pushkar

Nono giorno

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Oggi sveglia presto perché ci attende una tappa di 400 km per raggiungere Jaipur, e su queste strade significa tutto il giorno. In realtà facciamo l’autostrada, ma qui, non si capisce perché, il manto stradale risulta ovunque gibboso e per questo estremamente fastidioso. Inoltre il limite è a 80 km/h che inevitabilmente bisogna ridurre perché ci sono motorini, vecchi furgoncini, camion stracarichi e mucche, tante mucche, che bivaccano sulle corsie oppure attraversano tranquillamente o ti vengono incontro in gruppi di 4-5.

Vedere le macchine fare sorpassi e trovarsele improvvisamente davanti e riuscire a evitarle con una gimkana all’ultimo istante, è da cardiopalmo. Se disgraziatamente venissero investite, l’autista rischierebbe la pelle, perché verrebbe aggredito e malmenato per giorni dalla gente, prima che perseguito dalla legge. Qui le mucche, come noto, sono sacre perché ritenute la casa degli dei, al loro interno si crede risiedano TUTTI i 365 milioni degli dei venerati dagli hindù.

Per pranzo ci fermiamo sulla strada al ristorante vegetariano del Jagat Palace, residenza d’epoca davvero bellissima, per proseguire per la nostra tappa intermedia, la città di Pushkar, con il lago sacro e con l’unico tempio al mondo dedicato a Brahma, il dio creatore. 

A Pushkar, tra ottobre e novembre, si tiene la più grande fiera di dromedari dell’india del nord; in quei giorni affluiscono qui più di 50.000 dromedari di ogni eta, grandezza e colore con una gara finale di velocità.

La città è piccola, con un bazar che si snoda per le vie di avvicinamento al lago, ed è una città vegetariana, dove non si beve alcol, ma dove, in compenso, è abbastanza facile trovare dell’oppio. In questo lago, per un induista, è obbligatorio gettare le ceneri dei defunti, in alternativa alle acque del Gange, ed è obbligatorio venire in pellegrinaggio almeno una volta nella vita.

Arrivati all’ingresso, ci togliamo le scarpe e scendiamo la scalinata fin quasi sulla riva dove un sacerdote, o sedicente tale, ci fa sedere in fila e inizia la preghiera. Ci mette in mano dei petali di rosa, appone il bindi (segno colorato sulla fronte) rosso, e inizia a dire parole in sanscrito (?), lingua antica dei riti religiosi tipo il nostro latino, che noi dovevamo ripetere, ovviamente per assonanza. Poi queste parole sono diventate in inglese, e father, mather e robe simili sono state più comprensibili. Quindi ci ha legato al polso un braccialetto di stoffa rosso e giallo e ci ha fatto avvicinare all’acqua e gettare i petali che avevamo in mano, concludendo così la preghiera.

In teoria, vista la sacralità del luogo, non si potrebbero fare foto, in pratica basta pagare e il sacerdote non solo lo consente, ma ti chiede proprio i soldi per fartelo fare! Facciamo un breve giro su una sponda del lago, dove ci sono persone che fanno il bagno di purificazione, esattamente come nel Gange, e poi torniamo sui nostri passi, ripassando per il bazar, dove immancabilmente troviamo qualcosa da comprare e dove, altrettanto immancabilmente, veniamo fermati da persone che ci chiedono di fare selfie insieme a noi. Bah!

Ci rimettiamo in marcia e dopo altre quasi 3 ore di strada, arriviamo finalmente a Jaipur, capitale del Rajasthan con 5 milioni di abitanti, che sembrano essere tutti sulla strada insieme a noi! Traffico caotico e assordante ci accompagnano fino all’hotel, sempre della catena Ramada, di livello però inferiore a quello di Udaipur. In compenso la cena, seppure a buffet, è stata invece molto soddisfacente.

Domani anche sveglia presto per una giornata molto intensa, e quindi buonanotte.

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