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Shabbat – Gerusalemme

2 febbraio 2018 – Venerdì

Lo Shabbat (festa del riposo)

Alle 9:00 eravamo già in strada. Il programma della giornata era fare un giro sopra le mura della città vecchia, visitare i quartieri armeno e quello ebraico, arrivare al muro del pianto per assistere allo Shabbat e finire la serata alla torre di Davide nella quale, avevamo letto, ci sarebbe stato uno spettacolo di musica e luci.

Lungo la Jaffa road abbiamo incontrato un gruppo di ragazzi che ballavano a ritmo di musica pop… decisamente Gerusalemme è una città di giovani. Siamo arrivate alla porta di Jaffa e in un ufficio turistico abbiamo acquistato i biglietti (18 shk a persona) per  la “Ramparts Walk”, la passeggiata sopra le mura. Purtroppo era aperto solo il percorso sud-est cioè dalle mura che dalla porta di Jaffa arrivavano fino alla Dung Gate (porta del Letame). L’altro percorso, probabilmente più interessante, dalla porta di Jaffa fino alla porta dei Leoni era chiuso per via dello Shabbat.

Abbiamo iniziato a camminare sulle mura con la torre di Davide che troneggiava alle nostre spalle. Dalla merlatura si vedeva la città di Davide sul monte Sion. Era una bella zona con palazzi bianchi e molti giardini.

Il percorso è stato abbastanza faticoso, scaloni di pietra altissimi a salire e a scendere. Le mura costeggiavano il quartiere armeno, abbiamo visto un cimitero dietro una chiesa (molto diverso da quello ebraico) con croci di ferro piantate a terra in un piccolo recinto alberato. Siamo arrivate alla porta di Sion quando un ragazzo che ci aveva superato qualche minuto prima, stava tornando indietro. Marina gli ha chiesto se la Dung Gate era chiusa e lui ha risposto di sì e che si poteva uscire solamente dalla porta di Sion, cioè dove ci trovavamo in quel momento. Chiara e Marina si sono fermate lì mentre Anna R. e io abbiamo provato ad andare avanti fino ad arrivare davanti ad uno sbarramento di ferro: CHIUSO. Salendo e scendendo gli scaloni di pietra siamo tornate indietro e siamo scese dalla porta di Sion con l’intenzione di fare un giro nel quartiere armeno. 

Non siamo riuscite a capire bene quali erano i confini tra i due quartieri perché qualsiasi direzione prendevamo ci ritrovavamo sempre nel quartiere ebraico. Mah…

Ci siamo addentrate per le pulitissime e strette vie del quartiere, e ogni tanto arrivava il profumo di carne stufata. Dall’alto di alcune terrazze si sentivano i ragazzi pregare ad alta voce. Siamo arrivate in una zona archeologica romana. C’erano 6 colonne, pavimentazioni in marmo e resti in pietra. Un gruppo di persone (uomini, donne e bambini) erano vestite, con costumi d’epoca e si erano radunati in quest’area per poi dirigersi sotto una specie di tunnel, li abbiamo seguiti fino ad una grande stanza dove, in fondo a una parete, c’era un enorme “trompe-l’oeil” che raffigurava una mercato in prospettiva. Le persone in costume si sono messe in posa davanti al trompe-l’oeil per farsi fotografare. Li abbiamo lasciati passando per una loggia dove c’erano molti negozi, tra questi molti erano artigiani. Abbiamo proseguito e uscendo dalla loggia siamo arrivate in una piccola piazza con un grande candelabro a 7 braccia dorato e chiuso in una enorme teca di vetro. 

Alla fine siamo arrivate all’altezza della porta di Dung a sud del muro del pianto.

Sapevamo che lo Shabbat iniziava al tramonto del venerdì e quindi abbiamo pensato di andare prima a mangiare e poi tornare e assistere al rito ebraico. Siamo tornate da “Abu Shukri Restaurant” passando tra vicoli del quartiere ebreo e quello islamico. 

Un tratto di strada lo abbiamo fatto sopra i tetti delle case ebree in mezzo ai camini dai quali usciva il fumo e l’odore delle pietanze in cottura. Siamo arrivate al souk e da Abu Shukri. Eravamo affamate! Abbiamo speso 120 shekel!

Quando abbiamo finito di mangiare ci siamo incamminate in una strada quasi deserta a parte qualche turista come noi, molti militari posizionati agli incroci delle strette vie e i rabbini che ci sorpassavano correndo verso il muro del pianto. I negozi ebrei all’interno del souk chiudevano presto per via dello Shabbat.

Siamo arrivate ancora una volta davanti ai controlli e poi al muro del pianto, con largo anticipo. Abbiamo trovato un posto dove insediarci e avere un punto d’osservazione a 360°. Gli uomini andavano e venivano, più o meno di corsa, dalla piazza, dove eravamo noi, al recinto del muro, lato maschile. Rabbini, ragazzi, anziani e bambini, tutti indossavano vestiti tradizionali, alcuni con le tube di piume, altri con la kippah ed altri ancora con cappelloni neri tipo Indiana Johns. 

Eravamo sedute su una panca che faceva parte del “separè” di ferro forato parallelo al muro del pianto e che era unito a quello trasversale che divideva il muro dal lato maschile da quello femminile. Ogni tanto salivamo sulla panca per vedere i preparativi per lo Shabbat. Piano piano l’area maschile si era riempita, alcuni uomini pregavano davanti al muro, altri camminavano da un lato all’altro prendendo sedie o spostando tavolini, altri ancora erano seduti proprio sotto di noi e recitavano insieme delle litanie incomprensibili, altri cantavano.

C’era fermento. Davanti a tutto quel movimento abbiamo pensato che mancava poco all’inizio dello Shabbat, anche perché il sole stava calando. In realtà non avevamo idea di quello che doveva succedere, non sapevamo cosa aspettarci, forse un rito che coinvolgeva tutti gli uomini all’interno del recinto maschile, una specie di processione.

Marina ha letto che l’inizio dello Shabbat era annunciato da un suono di corno, quindi abbiamo aspettato questo segnale.

Di fronte a noi c’era una piccola fontana in pietra gialla con 4 o 5 rubinetti e altrettanti pentolini di metallo che venivano utilizzati per sciacquarsi le mani prima di andare a pregare. I rabbini si lavavano le mani e lo facevano fare anche ai bambini che avevano al seguito. 

Finalmente stava tramontando il sole! Avevamo l’orecchio teso, aspettavamo il suono del corno… ancora nulla. Gli uomini avevano oramai riempito il proprio “recinto”. Abbiamo visto che a gruppi si abbracciavano in cerchio ballando e cantando. C’erano vari cerchi di uomini e ogni cerchio andava per conto suo. Abbiamo assistito a questo spettacolo in attesa del suono del corno. Alle 19:00, quando era già buio, siamo arrivate alla conclusione che l’inizio dello Shabbat era il rito al quale stavamo assistendo da più di un’ora, senza saperlo! Un po’ deluse, ce ne siamo andate.

Arrivate davanti al castello con la torre di Davide lo abbiamo trovato chiuso… per lo Shabbat! (Rigidi questi ebrei!) Sarà per un’altra volta.

Rientrando per la Jaffa road abbiamo visto che tutti i locali erano chiusi. Quindi Marina si armava della Lonely planet per trovare un posto aperto dove mangiare. Siamo andate verso il Mahane Yehuda ma era tutto chiuso. Siamo ritornate verso l’hotel. Sulla King George st.  abbiamo trovato un ristorante aperto “Berta” abbiamo guardato se c’era qualche commento sulla Lonely ma, questa volta, non ci ha aiutato. Abbiamo deciso di andare a vedere un altro ristorante/pizzeria (La Focaccia) consigliato dalla Lonely ma la fila era lunghissima, così siamo tornate sui nostri passi e siamo entrate da “Berta”, che sembrava carino.

Ci hanno fatto accomodare in una tavola di fronte alla porta aperta che dava sulla strada. Ci siamo ghiacciate! Anche perché abbiamo dovuto aspettare tantissimo prima che un cameriere (chiamato insistentemente) venisse a prendere l’ordine. Finalmente eravamo riuscite ad ordinare quando due minuti dopo il cameriere è tornato al tavolo per dirci che avevano praticamente finito quasi tutto quello che avevamo ordinato… insomma disorganizzati, lenti e carissimi!!! Abbiamo speso 486 Shekel per mangiare due salmoni di cui uno lo hanno diviso in due per sopperire il terzo salmone ordinato ma, evidentemente, era finito, uno spezzatino e 4 birre… Siamo uscite da lì molto arrabbiate.

Rientrate in hotel, ci siamo fermate a pianificare l’itinerario per il giorno dopo. Dovevamo partire alla volta della riserva di Ein Gedi e quindi il mar Morto. Avevamo il dubbio se l’assicurazione della macchina copriva lo stato della Palestina che pensavamo di attraversare per arrivare a Ein Gedi, come avevamo programmato, in caso contrario avremmo dovuto fare la strada più lunga e cambiare il programma. Quindi, prima di tutto, dovevamo rileggere bene il contratto. Ma a questo, avremmo pensato l’indomani.

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