Arequipa

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Arequipa la ciudad blanca (2.335 m s.l.m.)

Dopo aver fatto una ricca colazione, siamo andate nella hall dove Marjorie (spero si scriva così), la nostra guida di peruresponsabile ad Arequipa, ci stava aspettando.

Un piccolo inciso. La catena di hotel “Tierra Viva” è sicuramente da consigliare: camere grandi, accoglienti e il benvenuto con bottiglie d’acqua, gratuite. Il mattino la colazione è molto ricca e il personale molto gentile.

La giornata si pre-annunciava bellissima, il sole era alto e il cielo era terso. Appena uscite dall’hotel, in lontananza, si intravedevano montagne innevate che, in seguito, abbiamo saputo essere il vulcano Chachani.

Abbiamo iniziato la visita della città bianca di Arequipa dal “casco antiguo” (centro storico) dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Arequipa è chiamata la “Ciudad Blanca” (città bianca) dall’uso della pietra bianca “sillar blanca” che si trova ai piedi del vulcano Chachani, mentre la pietra “sillar rosa” si trova ai piedi del vulcano Misti nella valle del Rio Chili.

casco antiguoCi siamo dirette verso la plaza de Armas passando per le vie centrali, non molto grandi con edifici quasi tutti bianchi, alcuni antichi e altri restaurati, che mantengono lo stile spagnolo coloniale (sembrava di stare a Sevilla).

La plaza de Armas è molto grande con al centro giardini ben curati con panche per sedersi all’ombra e ammirare la Basilica Cattedrale di Arequipa che domina l’intera piazza. La cattedrale, edificata nel 1600 circa, è stata distrutta da un incendio prima e da un terremoto poi, e ricostruita nel XIX secolo.

Arequipa sorge ai piedi del vulcano Misti (5.822m s.l.m.) che eruttò per l’ultima volta nel 1784.

Vulcano Misti - ArequipaAbbiamo preso una via pedonale molto turistica, con ristorantini e bar ai lati della strada, donne in costume tradizionale con un cucciolo di alpaca che si proponevano per essere fotografate, dietro compenso, ovviamente.

Poco più in là c’era un lustrascarpe con una specie di armadio con specchi al cui interno c’erano tre sedie rialzate dove il cliente poteva accomodarsi per farsi pulire le scarpe.

Convento de Santa Catalinia

Passeggiando siamo arrivate all’entrata del convento di Santa Catalina, fondato da Doña Maria de Guzman nel 1579 (circa 40 dopo anni l’arrivo degli spagnoli nella città di Arequipa).

Qui donne di diversa provenienza e diverso stato sociale entravano per diventare monache di clausura e non ritornare più nelle loro case.

Il convento era rimasto chiuso al pubblico e al silenzio fino al 1970, quando le monache hanno deciso di dare l’amministrazione della struttura ad una azienda privata che ha riconvertito una grande area in un museo aperto al pubblico.

Il settore nord del monastero è tuttora abitato da alcune di queste monache di clausura.

A causa di frequenti e catastrofici terremoti avvenuti ad Arequipa e in tutto il Perù, il monastero è stato quasi totalmente restaurato e reso più interessante al pubblico, pur mantenendo originali la planimetria e le caratteristiche degli ambienti.

Praticamente ci è sembrato un piccolo villaggio.

Abbiamo oltrepassato cunicoli stretti per andare da una parte all’altra del convento. Abbiamo attraversato “patios” pittoreschi, cortili, appartamenti ammobiliati con i mobili originali.

Passeggiata nel convento - Arequipa

Marjorie, la guida, ha iniziato la visita raccontandoci la storia di ogni ambiente che abbiamo visitato a partire dal “Patio del Silencio”, dove le monache si riunivano per pregare e leggere la bibbia nel più completo silenzio.

Arequipa - Convento de Santa CatalinaSuccessivamente il Chiostro degli Aranci, chiamato così per gli aranci piantati all’interno (le pareti sono dipinte di azzurro) e tre croci al centro del patio.

In seguito il Chiostro “Mayor” (pareti dipinte di rosso) che era il chiostro più grande del monastero.

Dopodiché la Lavanderia (all’aperto) dove c’erano 20 mezze botti (recipienti fatti di fango forse serviti come contenitori di cereali o vino), una di fronte all’altra con al centro un piccolo canale dove scorreva l’acqua che veniva deviata verso un recipiente inserendo una piccola pietra nel canale.

Convento di Santa Catalina

Siamo andate su una terrazza nella “calle Sevilla” da dove abbiamo visto il panorama della città di Arequipa con in fondo i vulcani Chachani e Misti.

Convento de Santa Catalina

Abbiamo proseguito per la Chiesa e l’infermeria dove le monache malate venivano assistite dalle compagne e solo raramente da un medico “uomo”, a meno che la malata non fosse in uno stato di salute preoccupante (a volte neanche in quel caso).

Per i casi molto gravi solamente il vescovo poteva dare il consenso a essere trasportate in ospedale.

Infine la Pinacoteca dove sono state raccolte le doti delle ragazze inviate al convento (candelabri, libri, vestiti, ninnoli, madonne, quadri, ecc.). Sicuramente un tesoro di grande valore storico ed economico che la famiglia pagava per fare entrare la propria figlia nel convento.

Il giro turistico nel convento di Arequipa è stato molto interessante. Era la prima volta che vedevo un convento di clausura così grande.

Per uscire dal monastero siamo passate per il negozio di souvenir e lì Marjorie ci ha consigliato di acquistare una busta con le foglie di coca da masticare durante il viaggio del giorno dopo, in previsione dell’altitudine da raggiungere.

L’entrata al Monasterio de Santa Catalina è costata 40 sol a persona.

Dama de AmpatoQuando siamo uscite faceva molto caldo!

Abbiamo camminato per le stradine bianche del centro che erano poco trafficate dalle auto (a differenza di Lima). Infine  siamo arrivate davanti ad un antico portale di legno con borchie in ferro, aperto a metà.

Siamo entrate in un grande patio e Marjorie ci ha indicato che quello era il “Museo Santuarios Andinos” di Arequipa potevamo vedere la famosa mummia “Juanita”.

L’ingresso al museo era gratuito ma abbiamo dovuto lasciare i cellulari e le macchine fotografiche perché era proibito scattare fotografie.

Facevano entrare pochi visitatori per volta. L’interno del museo era molto buio e fresco, con molti custodi che controllavano costantemente i visitatori.

L’itinerario iniziava in una stanza con teche grandi, dove all’interno erano esposti i vari ritrovamenti del “Proyecto Santuarios de Altura del Sur Andino”.

Il progetto riguardava le scoperte nei vulcani Pichu Pichu, Sara Sara, Quehuar, Liullaillaco e Ampato sulle cui cime sono state trovati i resti di sacrifici umani ad opera degli Incas.

Il racconto di Marjorie iniziava a farsi sempre più appassionante.

Il vulcano Ampato (6380 m s.l.m.) aveva protetto nelle sue viscere la Bella Niña Inca “Juanita” per 550 anni circa che, al momento della sua morte, poteva avere tra i 12 e i 14 anni d’età ed era stata sacrificata dai sacerdoti di quei tempi (probabilmente nel periodo dell’inka Pachacutec) e è stata ritrovata a causa all’eruzione del vulcano Sabancaya.

In breve la storia racconta che la “Dama de Ampato“ arrivava fino a Cuzco, accompagnata da un grande corteo composto di personaggi di rilevanza della regione, poiché doveva essere ricevuta dall’Inca in persona. Quest’ultimo assumeva il ruolo degli dei della montagna, in questo caso l’“Apu (divinità, Dio) Ampato” (vulcano Ampato) luogo dove la ragazza aveva trovato la morte probabilmente per placare il vulcano Sabancaya.

Dopo grandi festeggiamenti e rituali, “Juanita” aveva bevuto un infuso di erbe preparato appositamente per addormentarla. Tra le erbe che erano in uso per questi riti c’era anche la mescalina estratta dal cactus San Pedro.

Una volta che la ragazza si era addormentata la colpirono con una “macana” (una mazza con un ferro appuntito) sull’arco sopracciliare destro. Tanta era stata la violenza del colpo che le era schizzato l’occhio fuori dall’orbita e nel contempo le aveva provocato la morte.

Si dice che non abbia sofferto perché l’hanno ritrovata con un’espressione serena. Si presume che la sua morte risalga tra il 1440 e i 1450 d.C., era alta circa 1,40 cm, aveva ossa forti e dentatura perfetta.

I resti della Dama de Ampato (chiusa in una teca di vetro a -20°), così come le mummie di tre bambini (un maschio e due femmine) sacrificati e ritrovati in altri vulcani, sono oggetto di studi simultanei e per questo sono esposti per brevi periodi ad Arequipa.

I loro corpi erano intatti e conservano tutti i loro organi interni.

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Finita la visita al museo abbiamo salutato Marjorie che ha accompagnato Anna e Marina al mercato di Arequipa, mentre io e Chiara abbiamo fatto un giro in centro e poi ci siamo fermate a pranzare in un localino che affacciava sulla Plaza del Armas.

Via di Arequipa

Dopo pranzo ci siamo ritrovate tutte e quattro per una lunga passeggiata per le vie della città e per negozi, dove abbiamo comprato un po’ di regalini da riportare a casa.

Al rientro in hotel e dopo un breve riposo, siamo andate a cena in un ristorante consigliatoci da Marjorie, lo “Zig Zag” dove abbiamo mangiato una trilogia di carni cotte sulla pietra (tra le quali l’alpaca, carne dal gusto intenso e dall’odore molto forte), salmone, asparagi, bruschette con funghi e concluso la cena con mousse alle tre cioccolate e torta di mele.

Da bere abbiamo preso solo acqua perché ci avevano sconsigliato di bere alcolici quando in previsione del viaggio in altitudine.

Cenato molto bene e speso 298 soles.

Consigliato:

– Pranzo presso una delle tante “Picanterias” tradizionali di Yanahuara
– Usare occhiali da sole!
– Acquistare in questa città indumenti di alpaca (ottima qualità)
– Contrattare sempre sul prezzo

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